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C’è voluto del tempo, sono passati molti lunghi anni, ma adesso Jack e Meg White, da Detroit, U.S.A., in arte The White Stripes, il duo musicale più fulminante e chiassoso della scena indie rock, è diventato per davvero il punto di riferimento di una nuova stagione di rock and roll!!! Sono soltanto in due, ma mettono a ferro e a fuoco il Teatro Tenda neanche fossero una vera e propria orchestra di musicisti indemoniati, follemente innamorati delle sonorità che fra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta hanno messo le radici della musica che ascoltiamo adesso. Sì perché, a parte la bravura di Jack White, polistrumentista, songwriter e vocalist di valore assoluto, e di Meg White, che percuote la sua batteria con la determinazione e la velocità di un treno in corsa, quello che sorprende ascoltando ancora una volta dal vivo i White Stripes è l’integrità della loro impostazione musicale, che nasce dal blues e dalla chiave di lettura scriteriata e selvaggia del rock di MC5 e Stooges, le due maggiori band del Michigan, quelle più influenti nella formazione di Jack. Il concerto di questa sera anticipa di un paio di settimane l’uscita di "Icky Thump", il nuovo album, per la precisione il sesto inciso in studio dal gruppo e - a sentire bene le nuove canzoni - sembra evidente una nuova virata verso quell’hard rock minimale e scarno dei dischi di esordio. Infatti, dopo la parentesi rappresentata da “Get Behind Me Satan”, ascoltare brani come “Conquest“, “Bone Broke” e la stessa “Icky Thump” (dialetto dello Yorkshire, la moglie di Jack è inglese) ci restituisce per intero tutta l’energia, tutta la carica sovversiva e forte di cui i White Stripes sono capaci. Le note delle nuove canzoni si mescolano a perfezione con quelle dei brani più noti fra quelli scritti dalla band e le lunghe elucubrazioni di Jack White alla chitarra elettrica fanno un po’ da ideale collante alla grande varietà di composizioni proposte, da “Dead Leaves And The Dirty Ground” a “Blue Orchid”, dalle sferzate drammatiche di “Jolene” alle melodie psichedeliche di “I Just Don’t Know What To Do With Myself”, fino a “In The Cold Cold Night”, l’unico brano eseguito da Meg che nell’occasione lascia il suo drum set per offrirsi in perfetta solitudine al pubblico davanti al microfono posto al centro del palco. L’intesa fra Jack e Meg è pressoché perfetta, gli interventi di Jack all’organo Hammond sottolineano la struttura armonica di certe canzoni, certi passaggi ritmici ricordano gli Who di “Summertime Blues”, ma le citazioni sono davvero molto numerose, dai Rolling Stones di Keith Richards agli AcDc di Angus Young, dai Led Zeppelin di Jimmy Page e Robert Plant ai già citati Stooges di Iggy Pop, in pratica una vera e propria enciclopedia del riff della chitarra rock. Arriva il tanto atteso momento di “Seven Nation Army” il brano che ha decretato il successo planetario della band nel 2003, che è diventato l’inno dei tifosi della A.S. Roma e che ha accompagnato i vari successi della squadra italiana ai mondiali di calcio in Germania. Chi si aspettava atteggiamenti gigioneschi da parte di Jack White sul palco, rimane deluso. Il tambureggiare della batteria è incessante, le chitarre picchiano forte, il pubblico risponde all’unisono in coro, ma lui, Jack, non cerca il facile applauso (come fece invece il ruffiano Mick Jagger sventolando la bandiera italiana sul palco nel 1982) anche se sappiamo da fonte sicura che è rimasto molto contento e davvero impressionato l’estate scorsa nel vedere alla tv una folla oceanica che si spargeva per le strade delle città di Italia cantando a gran voce un ritornello scritto da lui!!! Il concerto termina dopo un’ora e mezza, il pubblico che ha riempito il Teatro Tenda è soddisfatto, è contento così, di essersi lasciato travolgere da un’ondata elettrica micidiale, di aver ricevuto riscontro che - grazie ai White Stripes - ha ancora un senso parlare di rock and roll!
Articolo del
08/06/2007 -
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