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Volete un resoconto dell’unica data italiana del tour degli Who? La mia risposta è: “I Can’t Explain”; ciò che posso fare è un modesto tentativo per raccontare un evento davvero incredibile. Sono certa che, neppure entrando nei dettagli più minuziosi, riuscirei a riprodurre lungo la vostra schiena lo stesso brivido che ha percorso le nostre ossa quella notte. Un susseguirsi di emozioni contrastanti ci ha trascinato in uno stato di completa confusione: un’estasi intima, nell’incantevole cornice dell’Arena di Verona, interrotta da un violento temporale, lo sconforto per la sospensione del concerto, dopo solo quattro pezzi, e infine la piacevole sorpresa di un epilogo incandescente e inatteso. Leggendo le prime righe potreste pensare che non sia valsa la pena aver rischiato un’influenza per un concerto interrotto poco dopo il suo inizio. Potreste pensarlo anche quando leggerete che lo spettacolo è ricominciato con l’emozionante Behind Blue Eyes e lo sforzo inutile di Daltrey di cantare quasi afono, a causa del freddo. Un imprevisto per cui il cantante ha pubblicamente manifestato rabbia e rammarico. “Roger’s voice has gone away” e con lei sembra anche la speranza di assistere ad uno degli eventi più attesi dell’anno. Forse però dimentichiamo che in questo articolo si scrive degli Who, cioè di quarant’anni di rock irriverente. Trascorre più di mezz’ora di silenzio dalla pausa, quando un uomo sulla sessantina si avvicina al microfono e si scusa per l’improvviso attacco di raucedine del collega, proponendoci, per farsi perdonare, una personale esibizione a 360 gradi: è Pete Townshend, che posiziona sul leggio i testi dei maggiori successi, pronto a interpretare anche la parte di cantante. Non sarei soddisfatta del risultato, se non fosse tornato sul palco anche Roger Daltrey a sostenere lo show con la poca voce rimasta e la sua armonica. Sono entrambi carichi di adrenalina per dare ai 13.000 spettatori, fradici e fedeli, un segno indelebile del loro eterno vigore. In un attimo si scatena un inedito duetto che ripercorre pezzi immortali come Baba O’Riley, The Real Me, Magic Bus, Pinball Wizard, My Generation, per chiudere con un’interminabile We Won’t Get Fooled Again. Non dimentichiamoci la presenza di Zak Starkey alla batteria e dell’osannato Pino Palladino al basso, nomi illustri, messi in ombra dai due pilastri del rock. Un po’ di amaro in bocca resta, perché non tutto è andato come avevamo previsto e siamo un po’ delusi dal colpo violento inflitto a Behind Blue Eyes. Il sapore cattivo svanisce appena si riconosce il grande merito del gruppo che con un’incontenibile energia ha coinvolto genitori e figli in un’esibizione elettrizzante, facendo dimenticare gli imprevisti e la pioggia senza sosta. Inarrestabili anche di fronte alla furia della natura, le evoluzioni compiute da Townshend con la chitarra e il microfono roteante di Daltrey, che urla fino a sgolarsi, lascerebbero senza fiato chiunque, non di certo gli Who. Pete sorride, mentre canta “I hope I die before I get old”: alla faccia di chi li considera i nonni del rock!
Setlist:
“I Can't Explain” “The Seeker” “Substitute” “Fragments” “Who Are You” “Behind Blue Eyes” “Let's See Action” “Eminence Front” “Relay” “Magic Bus” “Baba O'Riley” “The Real Me” “Pinball Wizard” “The Kids Are Alright” “My Generation” “Won't Get Fooled Again”
Articolo del
16/06/2007 -
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