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Il rapporto fra Patti Smith e l’Italia, in particolare fra la Poetessa americana del Rock and Roll e la città di Roma, attinge a radici emotive e culturali molto ben consolidate nel tempo. Arrivare qui da noi per una serie di concerti significa per lei tornare a casa, circondata da affetto e stimata, come d’altronde le succede un po’ dovunque in Europa, a cominciare dalla Francia, dove due anni fa le è stato riconosciuto il titolo di Comandante degli Ordini dell’Arte e delle Lettere. Questa sera Patti presenta dal vivo “Twelve” il disco di cover che contiene delle sue personali interpretazioni di classici del Rock. L’accompagna in tour una line-up di tutto rispetto, molto vicina a quella del Patti Smith Group degli esordi. Infatti c’è ancora Lenny Kaye, alla chitarra solista, così come Jay Dee Daugherty, alla batteria, è confermato Tony Shanahan, basso e tastiere, ed è ormai inserito in pianta stabile Jackson Smith (figlio di Fred “Sonic” Smith degli MC5, il marito di Patti, ora in cielo) alla seconda chitarra. La serata è fresca e accogliente, Patti consuma una cena frugale nel bistrot davanti al Parco della Musica, si mescola al pubblico e sale sul palco. E’ decisa a riscaldare subito l’ambiente e allora parte con il morbido reggae di “Redondo Beach”, seguito dalle cadenze più serrate di “Summer Cannibals”, un brano di hard rock che mette in evidenza l’ottimo supporto musicale offerto dal suo gruppo. Il tributo ai grandi interpreti del rock inizia con una splendida versione di “Changing Of The Guards”, una canzone neanche troppo conosciuta di Bob Dylan, padre putativo di Patti, insieme a Jimi Hendrix, omaggiato da una “Are You Experienced” straniata e fortemente psichedelica. Patti Smith poi si interrompe per un momento e comincia il suo dialogo con il pubblico. Il suo “Sorry, I don’t speak Italian, you know, but I feel Italian” viene accolto da un boato di approvazione, incoraggiamento ideale che introduce “Pissing In The River”, in una esecuzione da brividi, intensa, liberatoria e drammatica. A seguire “Ghost Dance” con il ben noto refrain di “we shall live again” preso da un vecchio canto degli Indiani d’America. Poi, in ricordo di George Harrison, Patti esegue “Within You Without You”, brano minore all’interno del vasto repertorio Beatles, ma con una buona struttura armonica, messa in risalto dalla voce roca e sognante di Patti. Si ritorna alla fine degli anni Settanta, agli albori del punk americano, e Patti ricorda quando Tom Verlaine, il chitarrista dei Television, una sera al CBGB’s di New York, le regalò gli accordi che andarono a finire su “We Three”, una rock ballad dotata di un crescendo memorabile, inserita su “Easter”, che intona subito dopo. In una serata del genere non poteva mancare “White Rabbit” dei Jefferson Airplane di Grace Slick, ma è al momento delle note di “Because The Night” che il pubblico abbandona le poltrone per circondare festante il palco e stringersi intorno a Patti, che distribuisce sorrisi e strette di mano in grande quantità. Proprio oggi è l’anniversario della morte di Jim Morrison, e Patti lo ricorda con “Soul Kitchen” dei Doors. Viviamo tutti una grande emozione quando poi riconosciamo le note di “Smells Like Teen Spirit” il brano scritto dai Nirvana di Kurt Cobain. Il pezzo si adatta perfettamente alle corde di Patti che ce ne offre una versione rallentata ad arte, memorabile ed intensa. Siamo prossimi al finale, parole come “Jesus died for somebody’s sins but not mine” ci solleticano qualcosa nella testa: sì, è proprio “Gloria”, un brano così evocativo e corale che scatena la festa ed è accompagnato a gran voce dal pubblico tutto. Patti e il suo gruppo abbandonano la scena, ma per pochi minuti soltanto: richiamati da un’ audience assetata di rock‘n’roll, Patti riflette a voce alta sulla splendida giornata che ha trascorso qui a Roma e ci regala, a sorpresa, un brano non inserito nel suo recente album di cover. Si tratta di una versione davvero bella e toccante di “A Perfect Day”, dedicata al suo “buon amico e pittore” Lou Reed. All’improvviso Patti Smith mette da parte tanta delicatezza ed amore, scatta la sua denuncia contro la politica internazionale del governo americano, contro le decisioni prese dal presidente George W. Bush, che ci fa vivere in un mondo costellato da “tante piccole guerre, che in un non lontano futuro potrebbero sfociare in a colossale conflitto mondiale” ed esegue “Gimme Shelter” dei Rolling Stones, elettrica, incandescente e cattiva proprio come era in orgine. Siamo letteralmente esausti, ma felici, sommersi da un’onda anomala di Rock Enciclopedico, al quale mancava solo una piccola protesi, una piccola aggiunta. Ed ecco che le chitarre infernali di “Rock And Roll Nigger” ci danno quella risposta che attendevamo, e ci lasciamo coinvolgere dal tripudio generale di bambini che danzano ai bordi del palco e di adulti in giacca e cravatta che si spogliano del loro ruolo sociale e ballano in equilibrio precario sulle sedie! Non potevamo chiedere di meglio e di più, Patti Smith ci ha dimostrato come, a 57 anni compiuti, è possibile ancora fare del rock and roll una filosofia, uno stile di vita, e diffonderlo in giro per il mondo, da ultima vera Sacerdotessa del Tempio, che riassume in sé sia la propria biografia musicale che quella di altre rock star del passato, molte delle quali la guardano felici dall’alto.
(la foto di Patti Smith in concerto all'Auditorium è dello stesso autore Giancarlo De Chirico)
Articolo del
04/07/2007 -
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