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Non poteva esserci scenario migliore delle rovine dell’Anfiteatro Romano di Ostia Antica ad accogliere il ritorno in Italia dei Sonic Youth, il gruppo newyorkese di importanza storica per lo sviluppo del rock alternativo, punto di partenza di tutta l’odierna scena indie. La struttura austera ed imponente di quei colonnati in stile classico, importato dalla Grecia, sono in apparenza quanto di più lontano possa esistere dal culto per le disarmonie e per le dissonanze professato dal 1981 dai componenti della “Gioventù Sonica”. Ed invece è proprio da tale contrasto che scaturiscono delle nuove emozioni, sono questi gli accostamenti improbabili che contengono i semi dello stridore, puro, incontaminato e violento, che è alla base della musica del gruppo. Lo sa bene Kim Gordon, ex studentessa d’arte all’Università di Los Angeles, l’eccellente bassista del gruppo, compagna di Thurston Moore, il chitarrista, anche nella vita. E’ proprio qui che volevano esibirsi, a tarda sera, in un luogo ricco di fascino e di mistero, che diventa scenografia naturale per i giochi di luce e di ombre disegnati dalla chitarra elettrica di Lee Ranaldo, così come per il percuotere devastante e selvaggio di Steve Shelley, alla batteria. Sono loro i Sonic Youth, la line-up più fragorosa, innovativa e sperimentale nell’ambito della musica Rock, sono loro che hanno sempre avuto il coraggio di andare oltre, di osare, ai confini del suono, ogni volta di più. Così questa sera quando, senza troppi preamboli, e con un filo di voce annunciano “Daydream Nation” e si lanciano giù, a velocità folle, lungo i sentieri tortuosi di “Teenage Riot”, di “Silver Rocket”, di “Eric’s Trip”, di “Total Trash” e di tutti gli altri brani che fanno parte di questo album pubblicato nel 1988, il sesto per la band in ordine cronologico, un disco di grande rilievo che - come previsto - presentano per intero dal vivo. Proprio l’anno scorso il disco è stato inserito nella lista del National Recording Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, istituito per preservare quelle musiche e quei suoni che vengono intesi come patrimonio culturale di un popolo. Questo aggiungeva eccezionalità all’evento e infatti il traffico ad Ostia Antica è impazzito, al punto che abbiamo dovuto parcheggiare sulla statale e procedere a piedi in mezzo alle antiche vestigia per arrivare in tempo! L’Anfiteatro è di capienza limitata, ma risulta pieno in ogni ordine di posti, forse di più. Pochi mesi fa i Sonic Youth sono stati derubati di tutta la loro strumentazione, un incidente fastidioso, che comunque non ha impedito loro di rispettare gli impegni presi e si dedicano al loro laboratorio di suoni in presa diretta con la sincerità, la durezza ed il radicalismo che li distingue. Melodie straniate, ma a tratti armoniose, come quelle di “Kissability”, che vede al canto una Kim Gordon perfettamente a suo agio in un miniabito anni Sessanta, si scontrano con le lacerazioni improvvise introdotte dalle chitarre di Thurston Moore e di Lee Ranaldo, che proviene dalla scuola di sperimentazione orchestrale di Glenn Branca. Da segnalare anche le esecuzioni di “The Sprawl”, di “'Cross The Breeze” e in particolare di “Rain King” con quel diluvio di distorsioni, drammatiche ed assordanti, in primo piano. E’ l’anima del garage rock di fine anni Sessanta che si fonde con il punk, è il rock and roll primitivo che ritrova la strada! I sedici minuti finali di “Trilogy” (un brano molto lungo che si divide in “The Wonder“, “Hyperstation“ e “Eliminator Jr.“) sono una sorta di “summa teologica” della religione laica dei Sonic Youth, un credo fondato sul dio Rumore in cui regnano sovrane le chitarre elettriche, che si combinano in uno strofinìo costante, senza più alcuna distinzione fra ritmica e solistica, che sfocia in un fluire di musica disarticolato ed esaltante! In certi momenti di può parlare di metal, in altri di hardcore, brutale e sgraziato quanto basta, in realtà i Sonic Youth ricorrono a tutte le trovate della musica psichedelica e del rock d’avanguardia per mettere in risalto - in modo sarcastico e tratti volutamente irritante - tutte le contraddizioni, tutte le falsità del sistema di vita americano, che porta l’individuo a chiudersi in sé, facile preda di uno squilibrio psichico peggiore della morte. Terminata l’esecuzione di “Daydream Nation”, i Sonic Youth scompaiono nella notte. Dopo qualche minuto però rientrano in scena e Thurston Moore ci regala una stupenda versione di “Incinerate”, mentre la successiva “Reena” viene affidata alla rabbia di Kim Gordon, che sul finale si lascia trasportare dai suoni e dà vita ad una sorta di danza tribale meravigliosa e conturbante. Uno spettrale gioco di luci annuncia poi l’esecuzione di “Do You Believe In Rapture?” e di “For What It’s Worth” un brano dei Buffalo Springfield di Stephen Stills e di Neil Young, un classico del Rock USA degli anni Settanta, rivisitato con una intensità diversa, la base ritmica è rallentata, l’approccio è gelido, privo delle speranze giovanili di tutto un periodo, sostituite da quello che potremmo definire un decadentismo musicale, distante, ma lucido e affascinante. Se adesso esiste un movimento indie rock nutrito di facce e di colori diversi, se ancora ha un senso parlare di musica non catalogata, non commerciale, e senza padroni, allora siamo tutti debitori ai Sonic Youth, una delle formazioni più imitate degli ultimi due decenni, una band talmente intransigente nei confronti del music biz e della mediocrità imperante che viene percepita come ostile o preda di raffinato snobismo. No, non è affatto così. Hanno soltanto avuto il coraggio di tracciare un’altra via. Sta poi a noi capirne il significato e seguirne il percorso.
(la foto di Kim Gordon e Thurston Moore on stage all'Anfiteatro Romano di Ostia è dello stesso autore del'articolo Giancarlo De Chirico)
Articolo del
10/07/2007 -
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