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Sono originari del Mali, vivono nelle regioni del Nord, sono di discendenza Tuareg, ma al contrario dei tanti luoghi comuni che accompagnano da sempre i “Predoni del Deserto”, invece dei fucili mitragliatori imbracciano delle chitarre elettriche. Si chiamano Tinariwen, fanno musica dai primi anni Ottanta, ma abbiamo cominciati a conoscerli da poco, da quando musicisti rock di chiara fama - è il caso di Robert Plant, indimenticato vocalist dei Led Zeppelin - hanno iniziato ad interessarsi del Festival del Deserto e dei suoi protagonisti. Nati come punto di riferimento per la cultura e le rivendicazioni politiche della loro regione, i Tinariwen sono adesso una delle band africane di cui più si parla (e più ci è dato ascoltare) sulla scena internazionale. Sotto la guida di Justin Adams, un ottimo chitarrista, già collaboratore di Plant, il gruppo ha perfezionato quello che era l’approccio delle origini, lo ha messo a confronto con gli impulsi e gli stimoli provenienti dalla cultura occidentale (blues e rock su tutto) e ha dato vita ad uno stile sonoro molto interessante, unico e inimitabile. La band si presenta questa sera sul palco del Festival di Villa Ada a pochi mesi di distanza dalla pubblicazione di “Aman Iman”, il loro ultimo album con una line-up davvero folta che comprende ben sei elementi: Ibrahim Ag Alhabib, voce, chitarra e flauto, Abdallah Ag Alhousseyni chitarra e voce, Touhami Ag Alhassane, chitarra e voce, Eyadou Ag Leche, chitarra basso e voce, Sayid Ag Ayad, percussioni e voce, e infine Elaga Ag Hamid, chitarra e voce. Il primo impatto è singolare e decisamente affascinante. Impressiona la disinvoltura con cui imbracciano le loro chitarre Fender sulla “djellaba” (una tunica lunga, di colore blù, nero o interamente bianca) e la valenza ipnotica di composizioni come “Cler Achel”, “Toumat” e “Tamatant Tilay”. Si tratta in effetti di una mistura elettrica che mette insieme tradizione orale, poesia e canto, e che al tempo stesso è infarcita di sonorità cadenzate ed intense tipiche del blues. A volte l’impostazione musicale del gruppo ricorda le cose del compianto Alì Farka Tourè, ai tempi del famoso disco registrato con Ry Cooder, stesso il modo di toccare le corde delle chitarre, uguale la ritmica avvolgente, morbida e andante, in direzione diametralmente opposta al modo in cui si maltrattano questi strumenti nel Rock che siamo soliti conoscere. Brani come “Matadjen Yinmixan” e “Mano Dayak”, con quei suoni ventrali non accelerati, ma capaci di disegnare gustose armonie elettriche, ci permettono di viaggiare con la mente lungo le piste desertiche che i Tuareg percorrono, senza fretta, in sella ai loro dromedari, ci ricordano una pigrizia che non è vizio, ma stile di vita di chi ama centellinare ogni secondo di energia. Gran parte dei brani sono quelli inseriti su “Aman Iman”, un titolo che in dialetto “tamashek” significa “Acqua è Vita”. Le liriche sono state tutte scritte da Ibrahim Alhabib, che non è solo il cantante, ma anche l’ideologo del gruppo. Per i Tuareg, soggetti negli anni Sessanta ad una sanguinosa repressione da parte delle autorità governative del Mali e tuttora privi del diritto al voto, l’Acqua è più importante del grano, del caffè e anche del petrolio! Da sempre in esilio, condannati a vivere nella precarietà, i componenti dei Tinariwen hanno anche vissuto il periodo della contestazione e della protesta violenta, l’esperienza della lotta armata, ma ora non sono più i guerriglieri di un tempo, hanno firmato un trattato di pace ed intendono rispettarlo. Lasciano alle loro canzoni il compito di diffondere quelle problematiche che affliggono ancora il loro popolo. Il concerto si conclude con l’esecuzione di un brano come “Soixante Trois”, che ricorda i martiri del 1963, data della prima rivolta, in occasione della quale ad Ibrahim venne ucciso il padre. Sappiamo che in seguito, durante i disordini del 1992, nella città di Kidal, Ibrahim perse anche i fratelli e alcuni amici. Adesso non si spara più, il Mali ha un governo democratico, ma sono ancora pochi gli investimenti in pozzi, scuole ed ospedali nelle regioni del Nord, guarda caso proprio là dove abitano i Tuareg. Ma loro amano la vita solitaria, a passi lenti, che conducono nel Deserto, e affidano agli accordi del blues, alle chitarre elettriche rock, sia le nuove speranze per il futuro che i residui della loro rabbia. Inshallah!
(Si ringrazia Giada per la foto dei Tinariwen a Villa Ada che correda l'articolo)
Articolo del
18/07/2007 -
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