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Serata fredda quella di ieri, in un clima decisamente autunnale e con la sorpresa di trovarsi in un anfiteatro tra neppure tanta gente, considerando il calibro del protagonista della serata. Sorpresa passata subito in secondo piano quando il Maestro, con un vistoso impermeabile che ci ricorda che l’estate è inesorabilmente finita, sale sul palco, con la sua sedia fedele e inizia lo spettacolo. L’attacco è soft, una serie di pezzi frutto delle sue ultime fatiche, se così si possono definire i lavori di un artista senza tempo che non lascia niente al caso, dalle parole all’arrangiamento musicale, alla scenografia, fino alla sorpresa di dare importanza agli accompagnatori più che a se stesso. Alla faccia di chi lo ritiene un filino inumano: pur essendo il protagonista assoluto, fornisce il giusto riconoscimento ai suoi collaboratori, quasi a volersi defilare dal clamore generale che la sua presenza suscita tra il pubblico. Lo show è davvero unico e sembra trasformarsi nelle musiche, dapprima soft e poi, volutamente, via via sempre più coinvolgenti e travolgenti, nelle parole dei brani, negli effetti di luci e scenografia, in una struttura ad arco in cui Battiato è la chiave di volta, e che lascia inevitabilmente la sensazione di non essere mai abbastanza “pronti” per capire fino in fondo il significato reale di quanto ti accade intorno. Si ha istantaneamente la consapevolezza di dover ancora crescere interiormente per apprezzare ogni singola parola e gesto. Come direbbe l’adolescente moderno, il Maestro è decisamente più “avanti”. Così si inizia con un telo che cade a svelare prima un piano, e poi pezzo dopo pezzo tutto il resto della band, con la consapevolezza che si voglia dare importanza ad uno strumento alla volta, fino a rivelare tutta l’orchestra. Uno spettacolo di questo livello si può raccontare soltanto usando le sue parole: così viaggiamo attraverso le frasi di “Niente è come sembra” e de “Il vuoto”, in cui, trascinati dal ritmo della musica, ma anche dalla ripetizione quasi ossessiva delle stesse frasi, si ha la sensazione che il mondo corra troppo veloce (Tempo non c'è tempo sempre più in affanno) finendo per essere ingannati da se stessi, vincolati a seguire e inseguire gli altri (inseguo il nostro tempo vuoto) fino ad annichilire noi stessi (senso di vuoto. E persone quante tante persone un mare di gente nel vuoto). E poi, attesa, desiderata, unica al mondo, arriva “La Cura”, il più straordinario testo d’amore che la canzone italiana conosca, dove si nasconde il sospetto che, per la dolcezza della voce e i gesti delle mani colte quasi ad accarezzare invisibili note sospese nell’aria, l’essere speciale di cui si parla sia la sua arte, la sua musica, la sua inseparabile creatura. E alla fine Battiato mostra di nuovo quel suo lato da esploratore: i vecchi successi come “Shock in my town” , “Cuccuruccucu”, “Bandiera bianca”, “Centro di gravità permanente”, suonano ancora attuali. Impresa sconosciuta ai più. Non un concerto quindi, né uno spettacolo, ma un viaggio interiore alla riscoperta di sè stessi, in cui alla fine sì, è stato lui sul palco. Ma tu sei certamente cresciuto.
Articolo del
06/09/2007 -
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