|
E’ di nuovo estate a Firenze, l'11 settembre 2007. Fa caldo, un caldo afoso. In questo giorno inizialmente grigio e minaccioso, mi preparo per assistere al concerto del signor Rossi. Stadio Franchi. Firenze. Toscana. Ci siamo. Il popolo di Vasco si riunisce, si stanca, ha caldo, ha sete, mostra il biglietto, e... corre. Corre verso il prato, verso le tribune, verso qualsiasi angolo dello stadio da cui si possa vedere lo spettacolo. C’è un’atmosfera, un fil rouge che unisce dal bambino all’anziano, un’intesa di sguardi fra migliaia di persone che non si conoscono, ma che si riconoscono in un qualsiasi verso di una qualsiasi canzone che fra poco andranno a cantare fino a perdere la voce. Il popolo di Vasco parla per le sue canzoni, le utilizza come i proverbi, le incastra a pennello nelle situazioni della vita. Durante il concerto succede proprio questo. Si interagisce con la musica e con gli altri che ci stanno accanto. Quando arriva il Blasco sul palco è un boato di voci, 45mila esclamazioni inebriate e fameliche di musica. E’ la nuova hit a dare il via al concerto. Non si sente nemmeno la voce di Vasco Rossi, è lo stadio il protagonista. E’ il popolo che intona le note della assai-lontana-dal-vecchio-Vasco “Basta Poco”. Seguono brani frizzanti come “Cosa c’è” e una versione squisitamente reggae di “Voglio andare al mare”. Incantevole è stata “La compagnia”, che il popolo ha cantato con una certa emozione ricordando il dolcissimo Lucio Battisti. Seguono pezzi come “Lunedì”, in cui Vasco appare scatenatissimo, “La combriccola del Blasco”, e “Anima Fragile”. Il pubblico non si riposa un attimo, è in fibrillazione, entusiasta per tutta la durata del concerto. Vasco è in forma, dimagrito, la voce gli va via solo per qualche istante all’inizio del concerto. Come al solito parla poco, e le sue frasi sono riferite alla femmina, alla marea di gente fedele che ha davanti o al suo caro amico Massimo Riva, morto qualche anno fa, giovanissimo, al quale dedica sempre “L’una per te” o “Canzone”, con gli occhi lucidi e la voce rotta. La gente salta, urla, balla quando di fila arrivano “La strega”, “Delusa”, “Rewind”, “Stupendo”, ma soprattutto quando, con un filo di rabbia, Vasco canta “C’è chi dice no” e “Gli spari sopra”, decorate con immagini di grattacieli newyorchesi sui due schermi giganti, laterali. Il popolo di Vasco canta con lui non appena riconosce il brano che, più di tutti, lo unisce: “Siamo solo noi”. Eccola la “generazione di sconvolti, che non ha più santi né eroi”, è qui, sul prato, sulla tribuna, che continua a cantare “Un senso”, “Come stai”, “Stupido Hotel”, “Siamo Soli”. “Sally” non manca mai nella sua scaletta, la ritiene il suo capolavoro. E per me ha ragione. Conclude con una simpaticissima “Bollicine”, poi “Vivere”, “Canzone” e... “Albachiara”. Degno di nota è il chitarrista statunitense Steff Burns, che ha una simpatia e una capacità di coinvolgimento notevoli, oltre ad un grande talento artistico. Molto bravo, ma antipatico e freddo è l’altro chitarrista fedelissimo a Vasco Rossi, Maurizio Solieri. Vasco, con la sua troupe di musicisti, ha letteralmente incantato Firenze. Vasco si odia o si ama, Vasco fa schifo o fa emozionare, Vasco delude o appaga. Credo che la maggior parte dei presenti si sia precipitato lì e se ne sia andato con la voglia di tornarci perché sì, è innamorato di Vasco, ma anche perché quell’atmosfera che unisce, che fa sentire meno soli, che rende felici di stare in mezzo alla gente... è tipicamente vaschiana e non si trova facilmente da altre parti. Un buon concerto per me, sicuramente non noioso, al quale rimprovero solo una scaletta mediocre. La musica rock ha unito, per l’ennesima volta, tutti. Perché è anche questo che la musica dovrebbe fare: unire.
Articolo del
20/09/2007 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|