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Dal 1997 attiva discograficamente, con alle spalle numerose ed importantissime collaborazioni, quali Mauro Pagani, Manuel Agnelli degli Afterhours, Marco “Morgan” Castoldi, celebre all’estero con numerosi album mandati in ristampa per eccesso di richieste, Cristina Donà ha presentato alla stampa e al pubblico la sua ultima fatica, “La quinta stagione”, album registrato all’Esagono di Rubiera, per la produzione di Peter Walsh (Simple Minds, Peter Gabriel, The Church). Ecco cosa ci ha svelato..
D: Cristina, innanzitutto complimenti, sei un’artista a tutto tondo che si discosta dagli standard radiofonico-commerciali, cercando sperimentazione e novità. Parlaci del tuo nuovo album, “La quinta stagione”. Già il titolo è parecchio interessante... R: Avevo voglia di fare un percorso musicale che arrivasse come conseguenza di quello che avevo già fatto in passato, come una sorta di conferma e di consolidamento di esso, usando parametri forse schematici ma che potessero permettere un maggior ordine al mio modo di fare musica. Per esempio nell’album “Nido”, ci sono dei brani trattati in modo alquanto libero, che sono orgogliosa di aver fatto, ma che in questo momento non fanno parte di ciò che voglio portare avanti. Credo sia una specie di riassunto dei miei orizzonti musicali e allo stesso tempo una nuova partenza, fatta soprattutto di canzoni, che sono la mia priorità al momento, non tanto nella forma usuale strofa-ritornello, ma quanto più nel loro significato, in ciò che di ogni pezzo può arrivare, all’interno. Scrivere canzoni è molto complicato, devi concentrare in circa 3 minuti tutto ciò che vuoi che arrivi al pubblico. Per quanto riguarda i temi, ho cercato di seguire una linea unica, quasi fosse un “concept album”, legato ad un’idea, il tema della semplicità, della bellezza intesa come scoperta o riscoperta di valori primordiali o magari nascosti che danno senso alle nostre esistenze, che però spesso ci perdiamo perché presi da troppi stimoli esterni. E’ tutto nato da una mia riflessione personale, non tanto un invito verso tutti, direi più un mantra per cercare di vedere le cose attorno a noi, a me personalmente.
D: Ci sono duetti o collaborazioni da sottolineare in quest’album? R: La cosa fondamentale a livello di collaborazioni è la produzione di Peter Walsh. Lo conoscevo già da tempo ma non avevamo mai interagito, come invece era successo con Manuel Agnelli degli Afterhours. Peter è arrivato e ha portato ordine, stabilità ed armonia, proprio quello di cui avevo bisogno per poter lavorare al meglio. Tranne la partecipazione di Cristian Calcagnile, il mio batterista storico, e Lorenzo Corti, il chitarrista con cui lavoro dal 1999, gli altri sono tutti musicisti nuovi per la mia produzione musicale, bravissimi ma magari non molto conosciuti, perché di norma ci si ricorda solo il frontman di una band; per esempio il batterista Piero Monterisi che suona con PFM e Daniele Silvestri, Francesco Moneti, il violinista dei Modena City Ramblers, che ha suonato diversi strumenti e ha portato tocchi fantastici ed importanti in alcuni pezzi, e il bassista Stefano Carrara. Tutti musicisti che hanno apportato all’album piccole perle della loro arte, contributi importanti. Nell’ultimo brano “Conosci” c’è un musicista molto bravo, un violinista di fama internazionale che ha lavorato anche con Scott Walter, Philipp Shepard. In sintesi rispetto ad altri album non c’è un nome che svetta sugli altri, ma sono tutte collaborazioni che hanno notevolmente arricchito il lavoro.
D: Avete previsto un tour con le nuove canzoni? R: Per ora stiamo lavorando sulle date del tour che partirà verso metà novembre fino a gennaio. Ci sono alcune date all’estero che stiamo vagliando...
D: Tu hai avuto molto successo anche all’estero. Che ne pensi della musica fuori dal confine italiano? R: Credo che in alcuni paesi ci sia un approccio diverso alla musica. In Francia per esempio, c’è la cultura di preservare, ricercare e promuovere la musica, e questo dà modo di poter ascoltare anche realtà magari meno commerciali rispetto alle nostre. Si è capito che la musica pop-rock fa parte della cultura del paese. Qui in Italia non è ancora così. I talenti ci sono eccome, ma proporsi con cose un po’ particolari è spesso difficile. Io ci ho messo un po’, ho avuto i miei bei riconoscimenti, ma spesso mi sento dire dalla gente “peccato, sarebbe bello che tu fossi più famosa”. Io mi reputo già onorata di quello che ho raggiunto, di ciò che ha fatto per me la Mescal in passato e la EMI adesso. Però si fa fatica, cose particolari sono poco commerciali, e lavori poco particolari lo sono troppo. E’ difficile trovare qualcosa che sia sfruttato dai media e allo stesso tempo dia soddisfazione. Forse bisognerebbe rischiare un pochini di più. E avere progetti un po’ più lungimiranti.
D: E Cristina Donà cosa ascolta principalmente? R: Io posso dirti quello che non mi appartiene musicalmente ancora, ovvero l’Hip Hop, capisco le motivazioni che hanno portato alla nascita del Rap, ma io sono ancora molto legata alla vocalità come melodia non come suono della parola. Conosco poco la musica elettronica, e in realtà mi interessa molto e cercherò di farmi una cultura entro breve. Per il resto ascolto tutto. Quello che mi dà emozione dal country al pop, rock. Ultimamente ho partecipato alla produzione dell’album di questo giovane pugliese che si chiama Creme, un cantautore molto bravo.
D: E tra tutti c’è un artista o produttore con cui vorresti poter lavorare? R: Mi piacerebbe collaborare con quel signore là dietro (indica una foto di Brian Eno), perché è straordinario, sarei curiosa di vedere come tratterebbe le mie canzoni, che tipo di percorso fa. Adoro come scrive il cantante-autore, leader dei Baustelle. O persino Robbie Williams, a parer mio è bravissimo, anche se è un genere completamente diverso dal mio.
Articolo del
21/09/2007 -
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