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Sul palco, batteria, due chitarre elettriche, sax, tastiera, sinth, basso, una specie di xilofono. E quattro persone. Uno dei quattro, Danny Seimz, suona solo - e sarebbe difficile pensare che faccia anche dell’altro - la batteria. Un altro, Craig Thompson, non suona proprio nulla e, armato di pennello e di una bottiglia di inchiostro, gira per il palco e disegna, con la rapidità ed i tratti del fumettista, figure più o meno strane su enormi pannelli appesi alle pareti tutt’intorno. Quindi? Quindi, gli altri due, Brent Knopf e Justin Harris, suonano tre o quattro strumenti a testa, alternandoli spesso anche all’interno delle singole canzoni. La grande originalità e varietà della musica portata sul palco dai Menomena deriva proprio dal fatto che hanno a disposizione (e sanno sfruttare) un così ampio potenziale di suoni e di soluzioni: in molte delle tracce infatti, guidate sempre dalla batteria pestatissima e quasi nevrotica nel suo caracollare fra continui stacchi, nuovi attacchi e serie solo qua e là più continue, ci sono i suoni caldi del sax alternati a giri, sincopati o più lineari, di basso, qualche tratto di chitarra quasi “classica” alternato ai momenti in cui è la tastiera che diventa protagonista e disegna, spesso solo grazie all’alternanza di pochissime note, riff orecchiabili ed allo stesso tempo non banali, un po’ come nello stile dei Klaxons. In quasi tutte le tracce, poi, tutti e tre i componenti del gruppo (escludendo ovviamente il “pittore”, che, pur sembrando del tutto avulso dalla scena e tutto preso dal suo mondo immaginario, ha sempre finito i suoi personaggi proprio sull’ultima nota di ogni canzone) cantano alternandosi alla prima ed alle seconde e terze voci. Se l’unico neo del set è stata una certa difficoltà (o forse una voluta, eccessiva, ricercatezza) nel chiudere alcune delle canzoni (rimaste appese alle note precedenti e quasi un po’ incompiute), il merito migliore della musica di questa band di Portland (e, perché no, anche dei disegni di Thompson che alla fine sono stati strappati e regalati al pubblico, come se anche l’arte figurativa, come la musica di un live set, si esaurisse - ed avesse la sua essenza - nella singola performance) è quello di riuscire a mettere insieme in modo molto innovativo sonorità classiche e moderne e toni diversi fra loro senza quasi mai perdere (pur se creando stacchi e variazioni notevoli all’interno delle singole tracce) il filo che lega la sperimentazione alla tradizione consolidata. Riuscendo in questo modo a produrre pezzi (come, ad esempio, la bellissima “Wet And Rusting”) che, già dai primi ascolti, hanno -almeno - due qualità: da un lato, di essere molto originali ed evocative e, dall’altro, di lasciare la sensazione che, comunque, alla fine, si tratta pur sempre di vecchio, fidato, bellissimo rock.
Articolo del
11/10/2007 -
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