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Per la legge dei rendimenti decrescenti, la 3a volta in quattro anni che si vede un artista dal vivo dovrebbe essere (tra tutte) la meno efficace. Specialmente quando l’artista in questione risponde all’anagrafe al nome di Carl Palmer; uno che – con la sua attuale band – non ha CD nuovi in uscita e altro non fa che riproporre, di volta in volta e con sottili variazioni di scaletta, i classici della porzione più celebre della propria carriera: quella con gli indimenticati EL&P. Sorprende quindi che il “drummers’ drummer” Palmer, di ritorno alla Stazione Birra di Roma dopo un intervallo di soli pochi mesi, abbia offerto venerdì scorso quella che senz’altro, senza alcuna traccia di routine, è la migliore performance delle tre che abbiamo avuto la possibilità di visionare. Forse perché la Carl Palmer Band (composta, oltre al Nostro ai tamburi, dall’affidabile Paul Bielatowicz alla chitarra e dal solido Stuart Clayton allo strumento che fu di Greg Lake) è ormai così rodata da poter esser definita una spietata macchina prog da guerra; ma anche perché il 57enne Palmer non pare aver perso un’oncia di quella passione per il ritmo e di quella vitalità che nei primi anni ’70 lo portò regolarmente a vincere i polls dell’NME e del Melody Maker quale “best rock drummer” del mondo. E bisogna poi dire che, in parte, il merito di questo piccolo trionfo di fine carriera Palmer lo deve condividere con il caloroso dedicatissimo pubblico che ha stipato la Stazione Birra di Morena incitandolo senza posa dall’inizio alla fine. Quando il trio è salito sul palco intorno alle 22.30, ci si aspettava subito l’attacco di “Promenade” da “Pictures At An Exhibition” – l’album di EL&P che Palmer aveva promesso di riprendere (per la prima volta) in questa occasione. Sono partiti invece con la consueta “Peter Gunn Theme” di Henry Mancini (quasi una sigla d’apertura per la CPB come “Fanfare For The Common Man” lo è di chiusura), poi di seguito “The Barbarian” dall’album della Colomba, “Endless Enigma” da “Trilogy” - veloce serrata e pienamente soddisfacente con l’urticante elettrica di Bielatowicz protagonista - e la già nota versione compatta di “Tarkus”, depurata dalle parti vocali di Lake, forse la migliore suite del progressive anni ’70 mai realizzata, e che non manca mai di mandare il pubblico (qualsiasi pubblico) in visibilio. Spazio anche per la rocciosa “The Enemy God” da “Works Vol.1” e per l’immancabile gloriosa “Tank”, in relazione alla quale Palmer ci informa che fu “il primo brano che io e Keith Emerson componemmo insieme...”. Dopo il necessario break per ricaricare le pile in cui prima Bielatowicz, poi Clayton e quindi lo stesso Palmer danno un’idea delle loro capacità al rispettivo strumento, è il turno di “Toccata” di Alberto Ginastera, uno dei brani di EL&P preferiti da Palmer e, secondo noi, anche quello che beneficia di più in assoluto del trattamento accelerato ed elettrico della Carl Palmer Band. Anche riascoltata per la 3a volta in 4 anni, la loro esecuzione di “Toccata” vale da sola il prezzo del biglietto. E finalmente arriva il momento di “Pictures At An Exhibition”; una rivisitazione complessa – considerata l'origine classica dell'opera e, anche, la preponderanza del ruolo di Greg Lake nello storico album datato 1971 degli EL&P – ma tutto sommato riuscita, soprattutto nei passaggi più agitati come “The Gnome” e “Nutrocker” in cui le caratteristiche del trio hanno potuto emergere di più e meglio. La standing ovation del variegato pubblico pagante (dai 15 ai 60 anni di età) deve aver soddisfatto lo spossato ma come sempre gioviale Palmer, che ha dato il “la” alla usuale chiusura, una “Fanfare For The Common Man” – con tanto di drum solo – ormai perfetta a furia di eseguirla tutte le sere. Tutti in piedi poi per il conclusivo bis di “Hoedown” da “Trilogy”, spericolata cavalcata prog a velocità supersonica. Volge così al termine la 6a - contando anche quelle con gli Asia e con la Andea Braido Band - esibizione palmeriana a Roma del nuovo millennio. Per quanto abbiamo visto e sentito, la migliore. Non resta che da fare i complimenti ai promoter della Stazione Birra (forse la più bella e meglio sonorizzata venue da concerto della Capitale; peccato sia così decentrata) e, naturalmente, a Palmer stesso: averne di vecchie glorie così... Con tutto che la Carl Palmer Band se la cava benissimo, resta però la curiosità di vedere se un giorno troverà traduzione concreta quello che il batterista ha rivelato essere il suo grande sogno, ovvero: “that great Emerson Lake & Palmer album that I know we have yet to make”. Possibile? Secondo noi, altamente probabile.
Articolo del
14/10/2007 -
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