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L’estate ’89 è l’ultima estate del mondo bipolare, il mondo non è ancora “logged-in” e interconnesso come diventerà dieci anni più tardi, ma nell’aria ci sono già forti segnali che la cortina di ferro è sul punto di dissolversi. E quanto accade in musica non è del tutto scollegato ai grandi accadimenti geopolitici dell’epoca: già da qualche tempo arrivano in Italia per esibirsi “live” tanti vecchi leoni del rock che in precedenza erano rimasti scottati dal clima, per così dire, “caldo” del nostro Paese (vedi, per esempio, Lou Reed e Santana negli anni Settanta…). C’è un clima di apertura (o, se preferite, di “glasnost”), e così, come per le figurine, si riesce a dire, per artisti in precedenza visti solo in fotografia come Chuck Berry, ce l’ho (l’ho visto), Bo Diddley ce l’ho (doppione), gli Stones ce li ho, Zappa pure (triplone), Eric Burdon mi manca, e così via… Si tratta di vecchie icone sfiatate, è ovvio, come è chiaro che un Burdon del ’69 ne vale in media una ventina del 1989, ma è difficile resistere alla tentazione di completare “l’album”. ---------------------------- E’ questo lo spirito con il quale, in una (relativamente) afosa serata estiva londinese, salgo su un double-decker bus e mi accingo ad aggiungere al mucchio uno dei più rari tasselli mancanti, uno di quelli che non è mai venuto in Italia e chissà quando ci verrà: Mr. Ray Davies e i suoi compari, nel loro unico concerto dell’anno, in promozione del nuovo lp “U.K. Jive”. E’ quasi doveroso, ritengo, ascoltare direttamente dai suoi creatori il leggendario Riff di “You Really Got Me”, però i Kinks non incidono un disco decente da almeno una decade... -------------------- Sono sempre andati controcorrente, i Kinks, si sa: e così il Town & Country non è una grande arena ma un vecchio “palais de dance” rimodernato, il titolo del nuovo disco strizza ancora una volta l’occhio al microcosmo inglese e il palco è stranamente (dati i tempi) spoglio di luci, fumi ed effetti speciali. Ci sono solo loro, i due fratellini Ray e Dave Davies alle chitarre, il “vecchio” Jim Rodford al basso e i nuovi Henrit e Haley alla batteria e tastiere, e sono a loro agio come fossero ad una riunione tra amici. Si comincia subito con due pezzi della produzione (relativamente) più recente: “Low Budget” e “State of Confusion”, e si vede subito che Ray è in forma. Gira per il palco in lungo e in largo, martella la chitarra, scherza con il “suo” pubblico e agita la lingua come un turbine, convincendomi che Gene Simmons dei Kiss non era poi un grande originalone. Segue “All Day and All of the Night”, per poi lasciare la scena al fratello Dave, che placa gli animi con un paio di ballate demodé. Poi, dopo “Where Have All the Good Times Gone” e alcuni estratti da “U.K. Jive” (tra cui un (ironico?) pezzo sull’integrazione economica chiamato “Down All the Days to 1992”), è tutto un tuffo nel grande passato dei Kinks, quello che non si può dimenticare: “Lola”, “Waterloo Sunset”, “Dedicated Follower of Fashion”, “Sunny Afternoon”, “David Watts” e chi più ne ha più ne metta. Arriva anche il momento dello special guest: è Kirsty McColl, ormai avvezza a questo ruolo, che esegue insieme al vecchio volpone una splendida versione di “Days”, da lei coverizzata e portata al successo di recente. Poi arrivano anche due ballerine e Dave si scaglia verso le sue fans in atteggiamenti da proto-metallaro, ma da un certo punto in poi l’attesa è solo per il Riff. Al primo bis non se ne fa nulla, ma al secondo Ray Davies lo presenta così: “Se non fosse esistita questa canzone, nessuno di noi sarebbe qui stasera”. E il Riff arriva, a travolgere un pubblico già in delirio, e pare non voler finire mai, con una versione di dieci minuti e passa. -------------- Alla fine, dubbi e scetticismo sono totalmente fugati dalla verve dei fratelli Davies e da un repertorio che ieri (nell’89) come oggi (nel 2003) pochissimi al mondo possono permettersi di non invidiare. Parafrasando: che Dio salvi Paperino, il Vaudeville, il Varietà e il signor Ray Davies…
Articolo del
10/03/2003 -
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