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Di Elvis Perkins, prima ancora di poterne ascoltare la musica, inevitabilmente arrivano le notizie sul suo albero genealogico. Figlio di un attore famoso, l’Anthony Perkins di “Psycho”, e di una fotografa di moda forse ancora più famosa, Berry Berenson. Sua zia era una bellissima attrice e modella, Marisa Berenson. E sua bisnonna era la fashion designer Elsa Schiaparelli. Una famiglia, quindi, composta da pezzi di storia del cinema e, soprattutto, della moda. Tutto questo però, sul palco non si vede proprio. Guardando Julian Casablancas e i suoi Strokes, si può intuire che il ragazzo sia figlio di e oltre tutto si può intuire che l’abbia anche saputo sfruttare bene. Guardando Perkins, invece, timido nel suo gilet e nascosto dietro agli occhiali da vista, si direbbe tutto tranne che sia il discendente di alcune delle figure più importanti del mondo della moda. La sua famiglia, e sua madre in particolare, sono però molto presenti nella sua musica. Una musica tendenzialmente triste ed a tratti molto triste, fortemente segnata dalla morte della madre negli attentati alle Torri Gemelle di New York. In molti dei testi, infatti, compare il tema della morte, e le melodie e le atmosfere (disegnate dalla chitarra acustica e dall’armonica a bocca suonate da Perkins e, nei diversi pezzi, da fiati, contrabbasso, basso elettrico e tastiere suonata dai tre eclettici componenti della band Dearland) sono per la maggior parte piuttosto cupe pur se, a tratti, molto orecchiabili. La musica di Perkins comunque, sul palco, è anche capace a tratti di regalare improvvise sterzate verso ritmi serrati e martellanti ed atmosfere quasi da festa, come nella subito coinvolgente “Hey”, nella cover di “Weeping Pilgrim” o nella interpretazione della (piuttosto malinconica nel cd) “All The Night Without Love”. Ritmi serrati e martellanti dettati sempre dalla grancassa suonata saltellando qua e là per il palco (in stile indiani d’America intorno al fuoco) dal divertente batterista Nicholas Quincy. Così, dall’iniziale “It’s Only Me” fino a quella che forse è la sua canzone più famosa, “While You Were Sleeping”, il set è andato avanti con qualche impennata e nuove e più lunghe discese di ritmo, riuscendo a coinvolgere il pubblico con i pezzi più carichi ed a far apprezzare i pezzi più intimi come l’intensa title track “Ash Wednesday” senza, se si escludono due o tre momenti sotto tono, creare un’atmosfera eccessivamente deprimente o distaccata.
Articolo del
27/10/2007 -
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