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L’altra sera all’Alcatraz si è celebrato un evento esclusivo per almeno due motivi. Si è esibita, infatti, una delle nuove stelle, forse la più splendente, del contemporary r&b e si è svolta senza intoppi la performance di un’artista che, a causa delle sue intemperanze, spesso è stata artefice di uscite tutt’altro che memorabili. L’aria di Milano deve evidentemente aver fatto bene alla terribile inglesina. Nota per le sue bizze e per l’esito disastroso di alcuni suoi spettacoli, Amy Winehouse è giunta a Milano dopo che per mesi hanno impazzato le rivelazioni che la vedono schiava dell’alcol e alle prese con un’implacabile anoressia. Logico che gli spettatori, che con la loro corsa al biglietto hanno precocemente fatto registrare il tutto esaurito, nutrissero qualche timore e temessero di dover infilare l’uscita con la stessa mestizia con cui, il giorno prima a Zurigo, se ne sono tornati a casa. Ma stavolta è andato (quasi) tutto liscio e, seppur ad intermittenza e senza esibire la presenza scenica dei giorni migliori, Amy ha chiuso la pratica senza ricadere negli antichi vizi e lasciando a bocca asciutta i tanti curiosi che erano andati a vederla con la segreta speranza di assistere ad un nuovo colpo di testa. La recente vincitrice dei Brit Awards non era in vena di improvvisazioni e si è scrupolosamente attenuta al copione collaudato in occasione delle precedenti tappe. Stessa scenografia: tenda viola alle spalle, con impresso il nome dell’artista a caratteri dorati vintage, e abat-jour sparse sul palco a ricordare gli arredi di un jazz club. E stessa scaletta, aperta dall’ultimo brano di “Back To Black” e chiusa dai tradizionali bis (“Love Is A Losing Game” e “Valerie”). Nessun eccesso e nessun disordine. Il concerto è scivolato via senza che si addensassero nubi al suo orizzonte e l’unico contrattempo è stata una spallina del tubino nero che proprio non ne voleva sapere di starsene al suo posto. Fortunatamente non ha fatto cilecca anche l’elemento che rende Amy un esemplare più unico che raro e che non appena si dispiega fa dimenticare le sregolatezze e gli scandali: la voce, una miscela esplosiva per la quale sono stati usati gli aggettivi più disparati e che, con la stessa, devastante intensità, narra l’intera gamma di emozioni con le quali la soul singer si mette costantemente a nudo. Perché la chiave del successo di Amy Winehouse sta proprio qui. I fan sono disposti a perdonarle tutto. Amy è fragile, scostante, incontenibile, talvolta pure sboccata. Però di tutto può essere accusata fuorché di falsità. Lei è esattamente così, prendere o lasciare. E alla fine piace proprio per la sua sincerità, per la facilità disarmante con cui parla delle sue ferite e dei suoi punti deboli. Una conferma si è avuta un po’ di tempo fa, quando la Winehouse, in un’intervista in cui le è stato chiesto di commentare le frequenti incursioni dei tabloid nella sua vita privata, ha dichiarato che non riusciva a spiegarsi questo morboso voyeurismo, visto che per sapere tutto di lei è sufficiente ascoltare le sue canzoni. “Back To Black” sta per raggiungere i cinque milioni di copie vendute, risultato neanche lontanamente sfiorato dal pur pregevole esordio. “Frank” civettava con il jazz e, pur contenendo tanti spunti autobiografici, non svelava completamente l’anima della protagonista. Il secondo disco, invece, è intriso di passioni e di dolore e con la sua seducente intensità ha fatto immediatamente centro. Le note stonate non sono mancate e se in alcuni frangenti è stata sfoderata una grinta da autentica leonessa (“You Know I’m No Good”, “Back To Black” e l’acclamata “Rehab”) altri hanno coinciso con delle inspiegabili pause (“Addicted”, ma si era all’inizio e ci si è messa di mezzo pure un’acustica non impeccabile, e “Me And Mr Jones”). L’ottima band (nove elementi!) è sempre lì pronta a rimediare ed è grazie al loro tempismo che i passaggi a vuoto non fanno danni. Almeno tre volte addirittura Amy si è allontanata dal palco per ricomparire poco dopo accompagnata da un bicchiere di vino (tracannato, manco a dirlo, quasi tutto d’un fiato...). Un piccolo ringraziamento Amy Winehouse forse lo deve ad un ventinovenne romano che ha degnamente scaldato la scena prima del suo ingresso in sala. È uno dei volti nuovi del panorama musicale italiano, ma promette di fare sfracelli: The Niro, al secolo Davide Combusti. Non è esattamente un pivello e dalla sua ha un lungo apprendistato nel quale spicca l’apertura del concerto dei Deep Purple dello scorso anno al Palaghiaccio di Marino. All’Alcatraz ha ricevuto la stessa accoglienza che si vanta di aver ricevuto al cospetto dei forzati dell’heavy metal: un pugno di pezzi suonati senza il minimo brusio, anzi, con qualche convinto applauso finale. The Niro ha classe da vendere ed il suo struggente lirismo per lunghi tratti rimanda alla sofferta poetica di Jeff Buckley. “Ed ora lascio spazio ad un vero talento”, ha dichiarato Davide prima di congedarsi. Ad Amy il talento davvero non manca e all'Alcatraz se n'è avuta una prova relativamente convincente. Certo la china sulla quale si è incamminata è molto pericolosa. Mick Jagger si è detto pronto ad adottarla, per aiutarla a vincere le tentazioni del mondo del rock. Anche il pubblico milanese idealmente l’ha adottata. Sperando che le sue straordinarie doti non finiscano irrimediabilmente dissipate.
Articolo del
31/10/2007 -
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