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Molti sostengono che è conosciuto più per le collaborazioni illustri che per la sua produzione discografica e, in effetti, a spulciare la sfilza dei nomi con i quali ha avuto modo di lavorare in passato (Gwen Stefani e All Saints, tanto per citarne alcuni) non si può negare che Richard Hawley sia un professionista particolarmente richiesto, capace oltretutto di captare consensi al di là della cerchia che gli è stilisticamente più affine. Uno dei legami che hanno maggiormente contribuito alla sua notorietà è quello con i Pulp che, negli anni d’oro della band, ha seguito principalmente in ambito live. Ed è curioso che l’artista di Sheffield capiti ai Magazzini Generali a distanza di pochi mesi dall’apparizione, nella stessa sede, di Jarvis Cocker, passato di qua per promuovere l’opera prima “Jarvis”. La tentazione è quella di mettere a confronto i due, ma proprio facendo questo parallelo si capisce quanto Richard sia in un certo senso un personaggio un po’ fuori dal tempo, che piace perché è uno spirito libero, difficilmente influenzabile dalle mode. Tanto Jarvis è un istrione – indimenticabile il rito dell’arancia sbucciata all’inizio di ogni spettacolo – tanto Richard è pacato e riflessivo. Tanto il primo fa fatica a dare un senso al suo progetto solista, tanto la carriera del secondo è un treno lanciatissimo. Da “Late Night Final” ai giorni nostri Richard Hawley non ha mai sbagliato un colpo e lo stesso “Lady’s Bridge”, recentemente pubblicato, è una carrellata di bersagli puntualmente centrati. Anche in Italia, e lo dimostra quanto il singolo “Tonights The Streets Are Ours” sia gettonato nelle rotazioni radiofoniche, gli estimatori non sono mai mancati e con Milano sembra esserci un feeling speciale, visto che pure il tour di “Cole’s Corner” ha fatto tappa da queste parti, al Conservatorio. Stavolta ha dovuto accontentarsi di una platea più scarna, ma Richard non è un tipo che bada a questi dettagli: per lui, un auditorium affollato o gli sparuti, ma molto partecipi, spettatori dei Magazzini Generali non fanno differenza. E sicuramente l’avrà caricato molto il constatare che, nonostante la pubblicazione avvenuta da pochi giorni, i pochi presenti conoscevano alla perfezione i testi di “Lady’s Bridge” ed erano in grado di snocciolarne i versi senza colpo ferire. La scaletta, non poteva essere altrimenti, è stata monopolizzata dall’ultimo disco, però non sono state disdegnate alcune incursioni nel passato e, anzi, va dato atto al Nostro di averne pescato alcuni tra gli episodi più significativi ed amati dal grande pubblico. L’assenza di una vera orchestra ed il fatto di dover contare su una band ridotta all’osso si sono fatti sentire ed il sound del concerto si è attestato su un timbro più asciutto e grintoso. Ovvio che alla fine abbia convinto maggiormente l’impatto dei pezzi che si iscrivono nella tradizione rock e tra questi “Serious” (“Vi piace il rockabilly?”, ha domandato Richard prima di scatenarla) ha avuto un effetto elettrizzante. Anche il repertorio più pensoso e meditativo ha lasciato il segno: “Cole’s Corner” ha conservato il suo splendore pur priva di un accompagnamento d’archi e altrettanto smagliante si è rivelata un’altra ballata d’antan come “Valentine”. Ma dal vivo Richard Hawley appare comunque distante dalla dimensione di interprete confidenziale alla Frank Sinatra e Lee Hazlewood. Rimanda semmai all’immagine del rocker spregiudicato che, senza troppi arzigogoli, punta soprattutto sulla forza della chitarra, suonata come al solito da padreterno, per indirizzare la serata sul binario giusto. Insomma, ai Magazzini Generali si è visto un intrattenitore di razza che trova sempre la formula giusta per declinare la propria sensibilità musicale fortemente orientata alla contaminazione e alla pluralità di ritmi. Personalità e classe da vendere. Che si spera facciano ricredere quanti tirano in ballo Richard Hawley solo per ricordarne l’elenco dei sodalizi.
Articolo del
06/11/2007 -
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