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Dovendo parlare di una nuova band mi chiedo che cosa può essere più o meno utile per stimolare l’interesse di chi leggerà quello che scrivo. In questo caso il compito si fa anche più arduo visto che la band in questione, The Early Years, ha talento da vendere. In occasione della pubblicazione del loro primo omonimo album, il quartetto londinese sbarca a Milano per un piccolo showcase, più precisamente alla Casa 139. La band ha già all’attivo un paio di Ep e il disco appena uscito da noi ha già un annetto di vita sulle spalle, passato a combattere nel mercato inglese, difendendosi anche piuttosto bene. Incontro David Malkinson, co-fondatore con Roger Mackin del progetto Early Years. Chiacchieriamo in un backstage piuttosto angusto, ma l’atmosfera è più che rilassata. David è molto disponibile nonostante l’ora e l’imminente inizio del concerto (quasi le 22 e 30), dopo una giornata passata ad occuparsi della stampa. La band è in attività dal 2004, e chiedendo cosa è cambiato da allora, David mi spiega come in realtà tutto sia partito quasi per caso, con un piccolo live casalingo, una collaborazione tra lui e l’amico Roger. Da cosa nasce cosa. Si uniranno in seguito gli altri 2 membri, Phil Raines e Brendan Kersey. Decido di parlare di musica, la mia idea è ben accetta. La sperimentazione e soprattutto l’improvvisazione rimangono dei punti fondamentali del modo di fare musica della band, e David ci tiene a sottolinearlo. L’idea alla base è quella di poter condividere ciò che si suona, trasmettere qualcosa a qualcuno, scrivere non solo per se stessi. Quando chiedo qual è il rapporto che li lega con Brian Eno (visto che il suo nome compare spesso legato al loro come sponsor), scappa il sorriso di chi si aspetta una domanda del genere. In realtà la loro collaborazione si limita ad un incontro durante un festival e ad uno scambio di complimenti reciproci. Ci lasciamo parlando del futuro, del nuovo album in lavorazione, ma non riesco che a strappare un sorriso. Mi chiede se ho da fumare. Il concerto inizia poco dopo. Mi sistemo a lato della piccola stanza, e subito m’invade un vero e proprio muro sonoro fatto di distorsioni e batteria, cambi di tempo e cavalcate elettriche. I pezzi si dilatano e mutano. La lenta Brown Hearts mette in evidenza la voce di David per poi esplodere in un crescendo travolgente, così come il singolo, So Far Gone, notevolmente più animato. All One And Zeroes e Say What I Want To, riempiono la sala di suoni che rimandano non poco ai Sigur Ros in versione arrabbiata, a melodie che suonano come se ai Coldplay fosse stata data una scossa tremenda, post-rock di nuova generazione. Il concerto si conclude dopo un’ora di distorsioni con i 12 minuti di The Simple Solution, dando fondo alle energie di tutti e 4 i ragazzi sul palco in pieno delirio. Mi accorgo di aver assistito ad un grande spettacolo, di aver sentito davvero buona musica, qualcosa d’importante, fatto con passione e per passione. Un concerto in crescendo per una band che dal vivo sa trasmettere davvero qualcosa. Brian Eno ci ha visto giusto. Teniamoli d’occhio.
Articolo del
15/11/2007 -
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