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Alla fine degli anni '60 ed all’inizio dei '70, le strade dei Rolling Stones e di Mick Taylor si sono incrociate per un po’. Dando vita, a detta di molti, ai migliori Rolling Stones di sempre, quelli di “Sticky Fingers” e di “Exile On Main Street”. Oggi, dopo più di trent'anni che le loro strade si sono separate, i Rolling Stones e Mick Taylor sono davvero lontani anni luce. Da una parte c’è un gruppo immortale, con un Mick Jagger che si muove e si veste ancora come un ragazzino ed un Keith Richards ai limiti del fenomeno di costume. Un gruppo che riempie con folle impressionanti qualunque spazio decida di riempire, che sia lo stadio di San Siro oppure la spiaggia di Copacabana. Dall'altra parte c’è un distinto signore in giacca blu e camicia, un signore che ha perso la mobilità di un tempo e che suona nella sua unica data italiana davanti ad un pubblico di fedelissimi che non arriva neanche alla metà della capienza dell'Alcatraz di Milano. Ma il primo impatto e l'inevitabile confronto con la sua ex band sono un conto. La musica è un'altro. E parlando di musica, due sono le certezze. Mick Taylor la chitarra, senza usare troppi ed inutili giri di parole, la suona benissimo. Con un’ispirazione ed un talento che davvero pochi se non pochissimi hanno. E, poi, la musica che propone, costellata di assoli infiniti disegnati su classici giri blues come quelli di “Fed Up With The Blues” e “Catfish Blues”, pur non rappresentando certo nulla di innovativo o di sperimentale, sa altrettanto certamente regalare momenti di qualità ed emozione assoluta. Senza, oltre tutto, lasciare mai spazio, nelle oltre due ore di set, alla noia. La struttura di ogni canzone eseguita sul palco è stata, più o meno, questa: introduzione breve a voce di Taylor in un inglese poco comprensibile. Introduzione lunga, sempre di Taylor, ma con la chitarra. Questa sì sempre molto efficace. Poi vari giri cantati e molti più giri strumentali con spazio ai sempre splendidi assoli affidati soprattutto a Taylor ma anche, qua e là, agli altri membri della band (tastiere, seconda chitarra, basso e batteria) ed all’ospite Sugar Blue (all’armonica a bocca). E proprio dai veloci e continui dialoghi fra l’armonica di Sugar Blue e la chitarra di Taylor sono forse arrivati i momenti migliori e più intensi dell’intero set. In tutto ciò, oltre alla conclusiva “No Expectations”, Taylor ha portato sul palco soltanto un paio di brani degli Stones. Quasi a non voler dare troppa rilevanza a quel periodo in cui è stato, almeno per un po’, davvero famoso. Adesso è solo (e forse basta questo) davvero bravo.
Articolo del
17/11/2007 -
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