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Ovviamente, in tutto il mondo anglosassone in generale ed a New York in particolare, di spazio per la musica dal vivo e di possibilità per le giovani band ce ne sono molto più che in Italia. Così là, un gran numero di gruppi ha possibilità, quando ne abbia le qualità, di emergere. Ed un numero ancora maggiore di gruppi è perciò motivato, quanto meno, a fare un tentativo.
A trarre profitto da questa situazione, oltre che i giovani artisti, è anche la qualità della musica.
Non che ci fosse bisogno di una conferma di questo. Ma il concerto all’Alcatraz di Milano dei newyorkesi Interpol e dei newyorkesi d’adozione e di formazione Blonde Redhead ne è stata l’ennesima prova.
Ad aprire è stata la band dei gemelli Pace. In un set purtroppo (inevitabilmente) piuttosto breve, il trio è riuscito a ricreare dal vivo le raffinate ed intense atmosfere dei suoi ormai numerosi album, atmosfere figlie di un sound reso particolarissimo e personale da sessioni ritmiche molto complesse e ricercate, da riff e arpeggi di chitarra elettrica mai banali, da basi di tastiere ed effetti elettronici e, soprattutto, dalla straordinaria voce di Kazu Makino. La cantante giapponese, infatti, disegna i testi delle varie canzoni con la sua voce acuta ed allo stesso tempo molto delicata, quasi mai comprensibile, a dire il vero, ma sempre, semplicemente, davvero intensa. E poi, e non è poco, la Makino ha una presenza scenica ed un magnetismo notevoli, grazie anche ai movimenti un po’ a scatti con cui accompagna la musica. Una musica che, comunque, sia che sfiori a tratti l’elettronica, sia che si affidi ai più classici piano e chitarre elettriche, riesce quasi sempre a stupire senza risultare forzata od eccessiva. Ed una musica che, probabilmente (e purtroppo), non avremmo mai potuto ascoltare se i gemelli Pace, da Milano, e Kazu Makino, dal Giappone, non avessero fatto il grande salto fino a New York.
Dopo le atmosfere dei Blonde Redhead, è toccato all’energia ed all’indie rock degli Interpol. Con la batteria quasi sempre martellante, i riff di chitarra veloci e immediati del solista Daniel Kessler, la voce volutamente non troppo impegnata e la chitarra di Paul Banks, ed il basso e le tastiere a riempire il resto, la band ha portato sul palco canzoni tratte da tutti e tre i suoi album: da “Pioneers To The Falls” (dall’ultimo “Our Love To Admire”), passando per “Evil” e “Slow Hands” (forse i pezzi più conosciuti della band, dal secondo, notevole, “Antics”) fino a “Stella Was A Diver And She Was Always Down” (dal primo album, “Turn On The Bright Lights”). Il set, di un’ora e mezzo circa, ha quindi messo bene in evidenza tutte le caratteristiche e le qualità degli Interpol: la maggior parte delle canzoni sono di ottima presa e ben costruite, attraverso i riff di chitarra ed i continui stacchi, e notevoli sono anche le atmosfere un po’ più cupe che caratterizzano altri pezzi, quasi in una sorta di rivisitazione (in chiave indie) della musica dei Cure di Robert Smith. Ma se queste particolarità costituiscono le migliori qualità degli Interpol, la difficoltà di distaccarsi da esse rappresenta forse anche il loro principale limite: il set, infatti, pur complessivamente molto bello, non ha proposto significative variazioni di temi. Certo, di Radiohead in grado di reinventarsi ad ogni album ce ne sono pochi, ma forse un qualche maggiore segnale di evoluzione sonora, dal terzo album e da questo concerto, ce lo si poteva aspettare. Sarebbe stata una conferma in più del loro assoluto valore.
Articolo del
21/11/2007 -
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