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The National
The National + Hayden live @ MusicDrome – Milano, 21 novembre 2007
Milano
21/11/2007
di
Mauro D'Alonzo
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Negli ultimi tempi il nome dei National circola con una certa frequenza per via dell’ammirazione che nei loro confronti ha mostrato di avere nientemeno che Bruce Springsteen. Proprio lui, il Boss, che dopo aver ascoltato l’intensa interpretazione di “Mansion On The Hill” da parte del quintetto newyorkese non ha esitato un attimo e gli ha proposto di esibirsi insieme in un pezzo di Woody Guthrie. Roba da far tremare i polsi a chiunque, ma non a Matt Berninger e soci, che agli applausi si stanno ormai abituando visto che la stessa stampa britannica, forse turandosi il naso date le origini americane, ha proclamato “Boxer” il miglior album dell’anno. Le frotte di pubblico che l’altra sera si sono riversate nell’ex Transilvania si sono quindi ritrovate di fronte un gregario appena laureatosi campione, un nome che dopo aver veleggiato a lungo nei bassifondi è riuscito finalmente a spiccare il volo verso l’alto. Una band che si è sempre battuta con una certa tenacia (quattro dischi all’attivo, uno ogni due anni a partire dal 2001) e alla quale va riconosciuta un’originalità fuori dal comune benché nel suo dna non manchi la riscoperta di sonorità sperimentate in passato. Preceduti dall’interessante Hayden, i National si sono presentati nella line up tradizionale supportata da un sesto elemento che si è perlopiù disimpegnato al violino. Visto dal vivo, Berninger sembra un Thom Yorke meno allucinato che al posto della felpa di due taglie più grandi indossa una camicia di flanella a scacchi che ricorda tanto il look grunge. Qualche parola in italiano (“Buonasera a tutti”, ha ripetuto più volte accennando ad un inchino e brandendo il bicchiere in segno di brindisi) e una mimica bislacca che lo vede iniziare i brani con le spalle rivolte al pubblico e battendosi freneticamente i palmi delle mani. Non proprio l’atteggiamento del rocker di razza, ma ci pensa la musica a rimettere le cose sul giusto binario, a partire dall’iniziale, malinconica e straniante “Start A War”. La dimensione live conferma che la musica dei National è una complessa architettura trainata dal timbro da baritono di Berninger e incardinata su altri elementi fondamentali, come la batteria di Bryan Devendorf che disegna delle ritmiche ringhiose e altalenanti, contraltare ideale alla voce profonda del leader e agli impasti sonori dell’altro fratello Devendorf (Scott, chitarra) e di Aaron e Bryce Dessner (rispettivamente basso e seconda chitarra). Stupefacente l’effetto soprattutto nei frangenti in cui l’improvvisazione prende il sopravvento e l’accavallarsi furioso degli strumenti diventa una sarabanda incontenibile: mai sentita una versione di “Abel” così furiosa e disperata, alzi la mano chi immaginava che “Squalor Victoria” potesse emanare tutta questa energia e chi si aspettava che la conclusiva “About Today” fosse capace di menare simili fendenti. Non hanno lasciato scontenti pure i passaggi più improntati alla melodia: “Ada” ha ribadito il suo status di gemma pop e non ha stentato la stessa “Fake Empire”, sbrigata al di sotto dei tre minuti che occupa sul cd. Non sono dei semplici emuli dei Joy Division e se hanno saputo conquistarsi un merito è proprio quello di essere riusciti ad andare al di là della tensione new wave degli esordi. Oggi i National sono un gruppo coraggioso e prolifico, rispettoso della tradizione ma abile a rileggerla secondo la propria sensibilità e i propri estri. Le loro liriche possono lacerare come un urlo di dolore o cullare come una dolce nenia (e un po’ si è sentita la mancanza di “Karen”, che chi ha applaudito “Ada” ha invocato a gran voce). Il successo non sembra scomporli più di tanto. E il futuro sembra essere davvero dalla loro parte. Parola di Boss.
Articolo del
25/11/2007 -
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