|
Strana questa serata di novembre, spira un forte vento di scirocco e fa decisamente caldo, sto per recarmi in quello che negli anni ’60 era considerato il tempio della musica beat a Roma ma che negli anni ’70 periodo di grandi scontri politici ed ideali virò decisamente verso la discomusic per poi cadere nell’oblio dalla fine degli anni 80 e fungere da luogo di ritrovo pomeridiano per i teenagers. Oggi tra alterne fortune ospita anche serate come questa dove riesce anche a farci sentire un po’ inglesi proprio per l’atmosfera decadente da club underground che si respira sin dall’entrata. La data romana degli Editors è sold out da diversi giorni e alle 20.30 il locale è già pieno quando salgono sul palco i Joy Cut, giovane indie band italiana che sta promuovendo il suo primo cd in uscita proprio in questi giorni e che ha giusto lo spazio di 20 minuti per eseguire due brani. Un pò poco per farsi conoscere, ma la velocità della loro apparizione ha una giustificazione, a sorpresa è stata aggiunto un'altro gruppo di supporto alla serata, i Boxer Rebellion inglesi di fatto ma con cantante americano e chitarrista australiano, un quartetto formatasi a Londra nel 2002 ma che solo nel 2005 dopo varie traversie ha tirato fuori Exits un buon disco che ci viene riproposto nei 40 minuti della loro esibizione trascinando il pubblico che sembra apprezzare le sonorità dark wave con “Watermelon” e “We have this place surrounded” su tutte. Il clima si è decisamente surriscaldato, sono le 22.00 ed è la volta di Smith e soci, la mia curiosità è davvero tanta perché sin dal loro disco d’esordio “The Back Room” ero rimasto colpito dalla voce e dalla personalità espressiva del cantante, ma dal vivo si sa che le cose sono ben diverse e per dire, quest’estate durante un viaggio in Sudafrica ho incontrato un ragazzo di Birmingham, loro città natale, e lui mi confermava della loro bontà musicale proprio nei live dove si erano fatti le ossa girando per svariati club e quindi il successo improvviso dei primi tre singoli prodotti non era poi tanto casuale. In effetti i poco più che ventenni Editors fanno parte dell’ultima nidiata di “next big thing” e hanno all’attivo solo due album ma le loro canzoni questa sera le hanno cantate a memoria parecchi di quelli stipati nella fornace del Piper. Forse la capacità di saper mescolare sonorità della new wave classica ad altre più neoromantiche e dark, specie nei testi poetici, gli hanno spianato la strada ma è fuori discussione che la capacità interpretativa del cantante Tom Smith è molto convincente, più teatrale che da rockstar, ma si bilancia con l’immobilismo tecnico del viscerale chitarrista Chris Urbanowicz, (non è uscito dallo spazio di tre metri quadrati per tutto il concerto) con la furia martellante del batterista Ed Lay e del composto bassista Russell Leetch. La sequenza dei brani proposti è tutta centrata sul disco uscito nel 2007, "An end has a start" con tutta la sua altisonante epicità fatta di riff tiratissimi, cori estatici, ritmi martellanti ma con in primo piano la voce profonda di Tom Smith a fare da traino, al limite della rappresentazione religiosa e catartica del frontman pronto a dare tutto in ogni brano, ora avvinghiato al pianoforte, stile Chris Martin, ora saltellante con la chitarra al collo, mai indomito e in alcuni momenti quasi tarantolato, sicuramente sospinto dall’entusiasmo del pubblico che con sano e sacro furore ha nel frattempo incominciato a “pogare”. Scorrono così “Smokers outside the hospital doors”, “Bones” , la title track “An end has a start”, “When Anger Shows”, “Push Your Head towards the Air” per poi fare un salto a “The Back Room” con “Lights”, “Munich”, “Blood”, “All Sparks” e “Bullets” e la differenza si sente, la cupezza e la fase più dark della band ritornano prepotentemente con le loro sonorità, che impropriamente li hanno fatti paragonare ai Joy Division. Ma per quanto introspettivo e sofferto, Tom Smith non sembra uno sul punto di suicidarsi, anzi sprizza energia e voglia di comunicare i sentimenti in maniera sincera e partecipe. Li hanno definiti i figli minori dei ben più famosi Interpol, ma certo i contenuti delle loro canzoni sono ben lontani dal somigliarsi e sinceramente io ci vedo più i suoni degli U2 di “Boy” e “October” e la voce di Ian McCullogh degli Echo and the Bunnymen o del primo Michael Sipe dei R.E.M.. Loro stessi si dicono sulla lunghezza d’onda di band come i Doves o gli Elbow, ma gli inevitabili e quanto mai noiosi paragoni non ci devono fuorviare perché il dato di fatto è che gli Editors dopo soli due dischi hanno caratterizzato il loro suono, insomma sono riconoscibili. Dopo circa un ora di concerto in cui vengono proposte anche “The Weight of the World”, “The Racin Rats”, “Escape the Next”, “Spiders” e “Well worn Hand” la band esce ma viene richiamata a gran voce e torna sul palco per un’altra mezz’ora di musica in cui viene riproposta “Smokers outside the hospital doors” e per finire la ritmata “Fingers in the factories” che tra l’entusiasmo dei presenti in sala chiude la session. Sono le 23.30 usciamo diligentemente dal Piper, ci si scambiano le impressioni, qualcuno tra gli addetti ai lavori storce un po’ il naso, ma la maggior parte di quelli che hanno saltato e sudato nella “piccola arena” lascia la sala soddisfatta. Io rimango della convinzione che la band sia solida e abbia fatto la sua “porca” figura ed è sicuramente sulla buona strada per elevarsi dal livello medio dell’attuale produzione anglosassone.
Articolo del
26/11/2007 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|