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Subito, una bella sorpresa. Superficialotta come sorpresa, ma bella. In un mondo dello spettacolo in cui quasi sempre le varie star e starlette appaiono in forma smagliante più nelle foto e sui calendari che nella realtà, le tre componenti delle Au Revoir Simone sono molto più carine di persona che non nelle varie foto che le dovrebbero promuovere. E nei loro vestiti un po’ retrò, con i capelli lunghi che cadono in avanti sulle loro tre tastiere, fanno davvero la loro figura. Subito dopo comunque, arriva la musica. Una musica semplice, lineare, fatta di atmosfere costanti e avvolgenti disegnate dalle tastiere, di voci (quasi sempre due insieme, a volte anche tre) quasi sussurate e molto dolci, impreziosita qua e là da accattivanti riff (ovviamente di tastiere) e di momenti meno tecnologici, spesso in chiusura dei vari pezzi, affidati solamente al tamburello, alle maracas ed alle voci. Dopo un inizio un po’ timido, ma comunque preciso, con “Lucky One” e “Sad Song”, il set ha iniziato a salire di tono fino al divertente e semplicissimo riff di “Dark Halls” (che riecheggia, pur in un contesto completamente differente, il trascinante pianoforte di Elton John in “Crocodile Rock”), salvo poi immediatamente calare nuovamente di livello con la strumentale (e poco significativa) “Haunted House”. Poco dopo, però, il set è improvvisamente decollato: complice una frettolosa corsa (molto sincera e - per me- inedita) verso il bagno di Annie Hart, le altre due ragazze hanno chiamato sul palco un gruppo di ragazze di Chicago semi-invasate che non avevano smesso di ballare un attimo dall’inizio della serata. E, ovviamente, continuando a ballare anche sul palco, hanno creato un’atmosfera molto più scanzonata e divertente e hanno contribuito a sciogliere (e di molto) la timidezza e la tensione di chi sul palco c’era già da una mezzora. Così, è iniziato il momento migliore del set: fra battute ironiche (e autoironiche), dialoghi col (numeroso) pubblico e sorrisi finalmente distesi, si è passati velocemente attraverso “Lark” e “Way To There” fino alla conclusiva, delicata, “Stay Golden”. Lasciando, però, un rammarico. Proprio quando la band ha cominciato a divertirsi ed a coinvolgere davvero la gente, è finito tutto. Forse è stata persa un’occasione. Forse, allungando un po’ la scaletta ed approfittando del buon mood che si era creato, un concerto preciso e accattivante avrebbe potuto diventare un qualcosa di più.
Articolo del
28/11/2007 -
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