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A parte il fatto che sembra di essere in Blade Runner tanto sta piovendo ininterrottamente da più o meno settantadue ore. A parte il fatto che quando arrivi all’Estragon ti trovi davanti il tendone del circo e ti chiedi se non hai sbagliato serata oppure se gli Editors sono in realtà equilibristi di professione. E a parte il fatto che fuori si gela, dentro si muore di caldo e la fila per il guardaroba parte da piazzale Axum a Milano. A parte tutto questo, alla fine è solo la musica che conta. Attaccano i JoyCut, la neo lanciata band indie italiana che tenta di farsi promozione di fronte al pubblico bolognese: che li sta a sentire senza troppa convinzione, anche se il sound non è male. Ma il lavoro alle spalle è ancora troppo poco consistente, per giudicarli li aspettiamo sul palco tra un po’ di tempo, le potenzialità ci sono. La scarsa convinzione si trasforma in perplessità quando salgono sul palco i Boxer Rebellion (chi? Si chiedono tutti) i quali per loro sfortuna non colgono una partecipazione sentita ed il loro suono rumoroso si spegne in fretta tra i muri dell’Estragon. Insomma, sarà la stanchezza di queste band che si sottopongono alla tortura del viaggio costante e giornaliero e che si svegliano ogni mattina sotto un cielo diverso. Ma nella cinica realtà del pianeta musicale alla fine risalta solo il fatto che sono più o meno le dieci e mezza (agli emiliani piace far tardi) e che gli animi sono ancora totalmente infreddoliti (dentro, s’intende). E così finisce che le aspettative ricadono inesorabilmente sugli Editors e sulla voce da brividi di Tom Smith, il quale si presenta ben vestito e ammiccante sul palco bolognese, saluta la città, lancia il solito sguardo languido alla prima fila versione tutta femminile e attacca con il repertorio. Accanto a lui Chris Urbanowicz, il chitarrista più statico della storia della musica, che riesce a tratti nella difficile impresa di sparire letteralmente dal palco lasciando solo il suono della chitarra e l’immagine del frontman che tiene per le briglie questa band famosa sì, ma non del tutto, dotata sì ma non fino in fondo. La sensazione è che manchi il salto di qualità vero e proprio: l’attacco è buono, con brani tutti tratti dall’ultimo lavoro (“An End Has A Start”), l’energia cresce, il pubblico è partecipe, Tom incanta con quel suo tono profondo, trascinante, ma dopo i primi brani (“Smokers Outside The Hospital Doors”, “Bones”, “An End Has A Start”) inesorabilmente l’energia si spegne. Stanchezza? Ci auguriamo sia solo questo. Ma bisogna attendere i vecchi successi per ritrovare l’energia perduta, e chi segue la musica sa che questo non è un buon segno: “The Back Room” con le sue “Lights”, “Munich”, “Blood”, “All Sparks” e “Bullets” sembra ancora intrinsecamente migliore. "Munich" scatena la folla ed insieme a "Bullets" dà una buona chiusura ad una serata di musica difficile da giudicare. Un amico fuori mi ha chiesto quanto dovrebbe durare il concerto ideale. Ed allora nel gelo emiliano e nella classica chiusura serata con piadina arriva la risposta: un’ora e un quarto di concerto è stato troppo ed il calo nel mezzo inevitabile. Che rivedano un po’ le strategie da palco, i nostri amici Editors. Le prospettive di crescita sono ancora aperte.
Articolo del
01/12/2007 -
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