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Mezz’ora dopo quello che doveva essere l’orario d’inizio, questa la situazione. Cinque persone fra baristi, cassiere e staff del locale. Il tour manager. Il fonico. Io. Il mio più uno bloccato in quell’inferno che può diventare a volte la vita da aspirante giovane in carriera. E due spettatori paganti. Situazione quasi disperata, insomma. Guardando Jeremy Warmsley poi, non certo un’icona di stile fra bretelle e occhialoni da vista né apparentemente troppo disinvolto, sinceramente dispiaciuto non mi aspetto nulla di buono. Immagino che sia molto facile, in un contesto così, deprimersi. Il cantautore londinese, invece, non solo dimostra di saperci fare (come già si poteva intuire dall’album d’esordio “The Art Of Fiction”), ma, soprattutto, dimostra di avere un gran carattere. Invece di stare sul palco, scende fra le poche sedie occupate, si presenta a tutti, si siede su un tavolino e inizia, accompagnato solo dalla chitarra acustica e senza microfoni, con “Five Verses”. La chitarra la suona in maniera molto originale, poco lineare, con continui accelerate e rallentamenti di tono, con pause e nuovi attacchi, con rapidi balzi dall’arpeggio alla pennata energica. E la voce, davvero potente, segue un po’ lo stesso non-schema, passando con notevole disinvoltura dall’intensa (e triste) profondità al falsetto. Il set è stata un’unica, positiva, sorpresa. Accompagnato da chitarra o pianoforte, passando attraverso le sue canzoni più note (come “I Believe In The Way You Move” e “I Promise”), alcune cover (come “River Man” di Nick Drake) e tre delle tracce del nuovo album in uscita (almeno nel Regno Unito) a maggio (“If He Breaks Your Heart”, “Crainflies” e “Lose My Cool”, forse il pezzo migliore della serata grazie soprattutto ad una bellissima strofa guidata da una chitarra trascinante), Warmsley è riuscito ad emozionare ed a coinvolgere il poco ma soddisfatto pubblico. Alla fine, confessa che avrebbe sempre voluto offrire un drink a tutto il suo pubblico dopo uno show e aggiunge con ironia: “Quale occasione migliore di questa, siete così pochi”. E così, davanti a una vodka, mi parla della sua musica (“semplicemente triste”) e dei suoi live (“molto diversi, sia quando suono da solo come stasera sia quando suono con una band, da com’è il disco. Per fare come nel disco dovrei usare delle backing track e questo mi crea due problemi: è contro il mio concetto estetico di musica dal vivo. E non sarei in grado di usarle!”). Ma forse è meglio così. Anche senza i supporti elettronici la sua musica è comunque un qualcosa di particolare nel panorama musicale. E, unplugged, forse è anche più sincera.
Articolo del
04/12/2007 -
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