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“Sarà lunga la strada verso casa, non restare alzata ad aspettarmi, dolcezza, sarà lunga la strada verso casa”. Il ritorno a casa di cui canta Bruce Springsteen è il suo nuovo album, Magic, il suo viaggio tra le pieghe dell’America, di un Paese che l’autore di Born To Run non riconosce più, un po’ come il reduce deluso e abbandonato di Born In The Usa cantato oltre vent’anni fa. Un paese trasformato dagli errori e dagli orrori dell’oggi e frastornato dall’aver preso coscienza (o capire di doverlo fare) di un sogno americano che a ben vedere non ce l’ha mai fatta a diventare realtà. “L’altra sera sono rimasto davanti alla tua porta / A chiedermi cosa fosse andato storto”. Troppo americano per poter non sentirsi sconfitto e toccato personalmente “dall’ultima lunga notte americana”, la domanda di fronte a quella porta resta sospesa, dopo oltre 30 anni di musica, nonostante il sudore, la rabbia, la poesia e il rock’n’ roll. Il ritorno a casa non poteva che essere fatto insieme alla E Street Band, casa e famiglia in musica dello Springsteen stradaiolo, selvaggio e innocente dei ’70, di quello muscoloso ed epico degli ’80, della reunion della fine dei ’90 (anche quello per l’appunto un ritorno a casa), di The Rising dopo l’11 settembre, nel nuovo millennio. Gli E Streeters non sono quelli di 20/30 anni fa, logico, comprensibile, ma si portano addosso, sui loro strumenti i segni di un tempo che pur passando, ha lasciato dentro la voglia di provare a sentirsi ancora “nati per correre”. Una voglia che cerca di non confondersi con ritorni nostalgici, con inutili tuffi nel passato, come la voce del Capo, cresciuta, maturata che canta bene come forse mai, anche se non ha più “l’innocenza selvaggia” di un tempo. Nella lunga corsa verso casa, gli ideali posso cambiare e la sfida è ritrovarli, ricercarli ancora una volta, ancora stavolta, senza tradire e senza tradirsi. Così proprio Long Walk Home richiama l’epica di sempre, il viaggio, ma stavolta al contrario, non più “questa è una città di perdenti e me ne sto andando per vincere” gridato alla fine di Thunder Road, ma stavolta “il solito profumo di profondo verde estivo” è il profumo di un posto che puoi chiamare casa, e vederla poco più in là, casa tua, “vedevo la città dove sono nato”. Impietosa la bandiera che sopra il tribunale è quella a stelle e strisce e dice “che ci sono cose scolpite nella pietra” e ricorda “chi siamo, quello che faremo e quello che non faremo”. Come un monito, tradito dalla storia, da quegli stessi che quella promessa avevano preso come pesante ma consapevole eredità. La promessa è stata tradita per il “Gipsy Biker” che ritorna ferito a morte da una delle mille guerre, mentre qualcuno marcia su per la collina, “una parata di vecchi pazzi” che gridano “vittoria per i giusti”, ma non possono nascondere che là ci sono solo tombe. Anche lui, il motociclista zingaro, torna a casa, ma la sua casa aspetta stordita e in lacrime un figlio perduto. Forse lo stesso figlio che in Devil’s Arcade ha pagato cara una scommessa troppo grande, una scommessa che ancora una volta non era la sua. “Servono gli eroi e gli eroi vengono creati”, e una voce sussurra e promette “una casa in una via tranquilla, una casa per i coraggiosi”. Ma è proprio quella “home for the brave” che ha le sembianze del “viale del diavolo”, ultimo simulacro, ultimo ricordo di un battito di cuore, laggiù sul “Devil’s Arcade”, dove il ritorno è un ritorno non più da vivi. Il premio insomma non è mai la libertà che nuda e lacerata “scivolerà via come un fantasma tra gli alberi”, come scritto nella title track, Magic, vero gioiello di sabbia folk, in odore del fantasma di Tom Joad: “non fidarti di quello che senti, e ancor meno di quello che vedi”, cinica sintesi di una realtà che rifiuta sé stessa per rifugiarsi nella rassicurante “magia” della visione televisiva, dove magia sta per trucco e trucco sta per inganno. E che la realtà sia facile da dissimulare con pochi astuti trucchi da prestigiatore è il timore che sta tra le righe e le distorsioni di Radio Nowhere, che apre tutto il disco: “c’è qualcuno vivo là fuori? (…) voglio mille chitarre, voglio batterie che pulsano”, voglio sudore vero. E anche qui l’attacco ci riporta a quel viaggio di cui si diceva. “Cercavo di trovare la via di casa / ma c’era solo un ronzio”, un brusio che lacerava e squartava “l’ultima solitaria notte americana”. Una notte di incubi e di fratelli e sorelle tradite, colpite a tradimento e trascinate lontano da un’ideale giusto e condiviso. E’ l’America che ha deluso Springsteen, effimera e illusa come in “You’ll Be Coming Down” (“tu sorridi ma scoprirai/ Che ti sputeranno fuori dopo averti usato”), salpata verso “un orizzonte rosso sangue”, salvo illudersi che “Stiamo guardando il futuro / e niente di questo è ancora accaduto” (Living In The Future). E l’America che non riesce a dormire la notte e che ha paura, convinta che il suo peggior nemico sia arrivato in città (Your Own Worst Enemy) incapace di distinguere l’intolleranza dall’insicurezza. E ancora la bandiera sventola alta “puntando dritta verso il cielo”, la stessa bandiera che ci ricordava chi siamo e chi avremmo voluto essere. “Chi sarà l’ultimo a morire per un errore?” canto disperato di Last To Die, è l’ultima fuga, senza lacrime e senza rimpianti, ma consapevoli che “Re e tiranni avranno la stessa fine” incatenati, appesi come trofei, come una nuova drammatica promessa, ai cancelli della città. Ma la triste verità è che sarai “tu l’ultimo a morire per colpa di un errore”. Il prezzo da pagare può essere tremendamente alto e sbiadiscono le luci delle strade che brillano giù sulla avenue Blessing, mentre “coppie di amanti passeggiano”. E’ Girls In Their Summer Clothes dove il protagonista ha anche lui un ricordo da dimenticare, una donna che se n’è andata via “tagliandomi come un coltello”, e dove la bella Shaniqua, che porta i caffè al Bob’s Grill, può essere lei a “salvarmi la vita”, e così si può arrivare in un attimo “alla strada della Magia”, senza paura di confessare che “l’amore è una danza per i pazzi, non è che mi vada molto, ma i piedi li ho ancora”. Tenera e nostalgica, una fotografia di tempi che non cambiano “E le ragazze nei loro vestiti estivi / Nella fresca luce della sera / Le ragazze nei loro vestiti estivi / Mi passano a fianco”. “Pass me by”, come il battito di ciglia della giovane ragazza di oltre vent’anni fa, in Glory Days. Se il ritorno a casa è carico di delusione, la promessa da rinnovare ha un sapore ancora più forte, ancora più bello proprio perché quasi impossibile, “La polvere delle civiltà e gli avanzi dell’amore”, ciò che rimane, scivolano dalle dita, “precipitando come pioggia”. Per sentirsi vivi, per non perdere l’ultima fede. Una fede “laica”, terrena, come piace a Springsteen, e come l’ha sempre cantata, con mille rimandi alle sacre scritture e alla forza delle loro immagini: le costole come stazioni della via crucis, intorno alle labbra come una corona di spine, le pagine dell’Apocalisse, la città della pace che è crollata, “Lavorerò per il tuo amore /Quello che altri vorrebbero per niente / Io lavorerò per il tuo amore”. E’ I’ll Work For Your Love dove c’è lo Springsteen musicalmente più vicino al suo suono fine anni ’90, la E Street band che si avvicina al suono che vorrebbero molti suoi fan, e c’è la speranza forte, rinsaldata, in un cerimoniale quasi liturgico “Theresa, versami da bere in uno di quei bicchieri che hai spolverato”. L’amore, i sogni di vita, sogno di libertà, sogno di sesso, e soprattutto la consapevolezza che, si, qualcosa si è spezzato “il nostro libro della fede è stato gettato a terra / ora sono qua in cerca del mio pezzo di croce”, ma nel grido di speranza che canta “I’ll Work For Your Love”, c’è una fede ancora intatta nel proprio mestiere, nelle proprie braccia, nella propria voce, ultimo baluardo in difesa di un sogno. L’ultima melodia è per l’amico Terry, scomparso a fine luglio, un altro ritorno a casa “ora la tua morte è su di noi e ridaremo le tue ceneri alla terra”, ma credendo ancora che c’è qualcosa di “più potente della morte / come le canzoni e le storie narrate”. Con la sua fede di uomo che non ha tradito, o almeno ci ha provato, è ancora in piedi, Bruce Springsteen e la sua magia.
Articolo del
07/12/2007 -
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