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Roma, PalaCisalfa, 11 dicembre 1999: i Suede fronteggiati dall’efebico Brett Anderson danno vita ad una delle esibizioni più inconsistenti che ci sia capitato di vedere, il compitino piatto e innocuo di una band che non ha ormai più nulla da dire, tanto che di lì a tre anni Anderson deciderà di chiuderne per sempre i battenti.
“Ever get the feeling you’ve been cheated…?” Data importante però, quel’11 dicembre ’99, perché per la prima volta realizzammo con netta chiarezza quale gigantesca bolla di sapone fosse – da anni, in effetti – la UK music scene. Bravissimi gli inglesi, fin dalla fine degli anni ’80, a enfatizzare ogni anno – tutti gli anni – un gruppo esordiente che nelle premesse avrebbe dovuto infiammare il mondo, nonostante sound regolarmente di retroguardia. Tradizione avviata suppergiù nel 1988 con gli House Of Love, e proseguita l’anno successivo con gli Stone Roses. Nel 1993 fu la volta appunto dei Suede; poi, in tempi più recenti, abbiamo avuto gli Arctic Monkeys (2006) e i The View di quest’anno, rivelatisi però non all'altezza di dare seguito al buon singolo “Wasted Little Djs”. A parte gli House Of Love per i quali continuiamo a nutrire affetto e stima (tanto da non capire per quale motivo furono così frettolosamente accantonati da fan e critica), con il senno di oggi appare lampante quanto tutte queste band (sì, anche gli Stone Roses, ma magari ne riparleremo in un’altra occasione...) siano state al centro di una mostruosa, spietata “hype”, pompate a dismisura aldilà dei loro effettivi meriti. Ma nel 1993 non avevamo ancora tutte queste certezze (sospetti quelli sì...), e ci fiondammo speranzosi ad acquistarlo, “Suede”, debutto della band del vocalist Brett Anderson e del chitarrista Bernard Butler con quella celebre “scandalosa” ambigua copertina. Disco che peraltro non era così male - per quanto spudoratamente retrò – vantando eccellenti influenze quali Bowie & Spiders Of Mars e Smiths, e almeno tre brani di livello in “Animal Nitrate”, “Metal Mickey” e “The Drowners”. Il vero declino iniziò con l’uscita dal gruppo del socio di maggioranza Butler sulle soglie del secondo album e con il progressivo infognamento di Anderson su sonorità troppo romantiche e smielate, che il BritPop e (soprattutto) quelle ciniche carogne degli Oasis ebbero buon gioco a ridicolizzare.
E oggi, dopo il flop del PalaCisalfa, eccoci nuovamente qui, al cospetto di Mr. Brett Anderson, uno dei personaggi più tronfi e vanitosi della scena, in occasione di uno spettacolo (“teatrale”?) in due parti in cui presenterà acusticamente con il supporto di una violoncellista il primo (mediocre) album solista e diversi brani dell’epoca Suede. Perché quindi andare se queste sono le premesse – e inoltre piove, e fa freddo? La verità è che Brett Anderson è uno dei pochi emuli bowiani rimasti in circolazione, e con lui c’è sempre la speranza di cogliere una eco - seppur lontana e sempre più fioca – di quella che fu la grandezza glamorous del Duca Bianco.
Di fatto – dopo il buon support act dei locali brechtiani Spiritual Front in formazione a duo – la parte musicalmente migliore della serata è quella dei nastri che Anderson fa suonare prima della propria esibizione, una selezione del miglior Bowie anni ’70 (“Sorrow”, “Life On Mars”, “Always Crashing In The Same Car”, ecc.) che per l’ennesima volta ci stende al tappeto. Poi arriva lui, Brett, altezzoso e di scuro vestito, affiancato dalla fida violoncellista. Poco loquace, imbraccia l’acustica e dapprima si concentra sul nuovo album (“Love Is Dead” e “Song For My Father”) ricevendo gli applusi educati ma non convintissimi dei tanti thirty-somethings accorsi unicamente per ascoltare le canzoni della propria post-adolescenza. Quelle dei Suede, appunto, che appena arrivano non mancano di riscaldare la platea. Tanto che, dopo un po’, Anderson esegue praticamente solo brani dei Suede: “The Two Of Us” e “The Asphalt World” da “Dog Man Star” (l’album più saccheggiato), “Indian Strings” da “Head Music”, “Saturday Night” da “Coming Up” e perfino la chicca di “Pantomime Horse” dal debutto. Ma in realtà i Suede in versione acustica chitarra o pianoforte non funzionano, trattandosi di pop songs dal basso grado di intensità che spogliate dai vivaci arrangiamenti dei dischi si rivelano nella loro pochezza. Finisce il 1° tempo del set, inizia il 2° ma in luogo del decollo si fa largo una certa noia, accentuata dalle nuove eccepibili canzoni di Anderson, che trova anche il tempo e il modo di introdurre un inedito assoluto intitolato “A Different Place”. Lo salva la voce, sempre bella, limpida e a tratti estremamente bowiana in certe inflessioni e – diciamola tutta – in tante linee melodiche che sono un palese plagio dal songbook del Thin White Duke. E gli aumenterebbe il voto in pagella la prima canzone del bis, quella “So Young” che resta una delle più belle dei Suede; se non fosse seguita subito dopo da una delle peggiori: l’agghiacciante, nazionalpopolare (alla Renato Zero, per intenderci) “Trash”.
Resta, della serata al Classico, la fotografia imbronciata di un Brett Anderson che si crede più provvisto di talento di quanto non sia (mai) realmente (stato). Resta un po’ di tristezza per ciò che i Suede promettevano di essere ma non sono mai diventati. E – dulcis in fundo - ci resta nella mente in heavy rotation la bella melodia di “Sorrow”, congrua conclusione di un’annata come il 2007 che per vari motivi è stata una delle più bowiane da un po' di tempo a questa parte.
Articolo del
11/12/2007 -
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