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Del concerto di ieri sera degli Enemy si potrebbero dire davvero parecchie cose. Si potrebbe cercare di capire perchè Milano riempia in un attimo palazzi e palazzetti per la prima Britney Spears di passaggio e perchè, per una delle band inglesi rivelazione del 2007, la stessa Milano metta insieme sì e no cinquanta persone. Ma, forse, non è il caso di trasformare la recensione in una polemica contro la cultura musicale italiana. Si potrebbe allora parlare (e parlare bene) del gruppo di supporto, i bresciani The Record’s. Un energico trio classico chitarra basso e batteria con due voci in quasi tutti i pezzi, riff e ritornelli di rapida presa e continue variazioni di intensità affidate a tutti gli strumenti che, entrando ed uscendo continuamente dalla scena, diventano tutti a turno protagonisti essenziali ed apprezzati. Tanto da guadagnarsi (complice anche il pigrissimo arrivare del pubblico) quasi un’ora di palco. Un gruppo, insomma, la cui lacuna più grossa, forse, è proprio quella di essere di Brescia e non di una qualsiasi Brighton. Ma così si rischia di finire - di nuovo - a parlare della cultura musicale italiana. Meglio di no. Si potrebbe quindi parlare degli Enemy. Prima cosa - sono davvero piccoli. Di età lo sapevo. Ma anche di statura. La telecaster, in mano a Tom Clarke, diventa enorme. Seconda cosa: per ora, almeno per ora, non paragonateli agli Oasis. Un certo carisma sul palco Tom Clarke lo dimostra, la voce c’è, ma, anche con le pettinature d’ordinanza, le mani incrociate dietro la schiena e il collo inclinato, il confronto comunque non regge. “Definitely Maybe”, album d’esordio dei fratelli Gallagher, secondo me, rimane di un altro livello. E poi, finalmente, si potrebbe parlare del set. Breve, molto breve, e forse un po’ troppo rumoroso. Nel senso che, ad eccezione della versione acustica, molto bella, di “We’ll Live And Die In These Towns”, Clarke martella accordi sulla sua Fender senza mai diminuire la distorsione e senza cercare riff o soli, senza quindi creare molte variazioni di tono fra i diversi pezzi ed all’interno dei pezzi stessi. Momenti belli, comunque - nonostante gli ampi spazi impietosamente vuoti del MusicDrome non aiutino a creare un’atmosfera intensa - ce ne sono. Oltre alla già citata title track dell’album, la seconda parte dello show è sicuramente la più riuscita, con una “This Song” impreziosita dall’organo e le conclusive, (diverse, dolce la prima, più energica la seconda, ma entrambe) bellissime, “Happy Birthday Jane” e “You’re Not Alone”. Alla fine, uno show probabilmente non indimenticabile. Ma un gruppo che ha già tre o quattro pezzi di assoluto livello. Ed un gruppo che, un domani, con un repertorio più vasto che gli permetta di allungare e di variare la scaletta (non suonando qualche traccia un po’ più banale) e, speriamo, con un pubblico più numeroso (che comunque si merita), potrà sicuramente regalare serate energiche ed intense. E, magari, avvicinare un po’ gli Oasis.
Articolo del
23/02/2008 -
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