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Delusi? Sì, e non poco, ma in fondo chi è Jackson Browne, se non un signore che nei primi anni settanta si è agganciato al mito del "California Sound" e che da più di venticinque anni non fa altro che riproporsi stancamente, come un nostrano Luca Barbarossa qualsiasi? E dire che c'erano anche alte Autorità dello Stato, l'altra sera al nuovo Parco della Musica in Roma, per avere visione del ritorno del 54ene cantautore, reduce da pubblicazione di ennesimo dimenticabile album ("The naked ride home", a breve disponibile in serie economica, ci potremmo giurare) e accompagnato dai super-professionali session-men Kevin McCormick (basso), Jeffrey Young (tastiere), Jeffrey Young (cori), Mauricio Lewak (drums), Amanda Homi (percussions), Mark Goldenberg (chitarra) e Valentine McCallum (chitarra anch'egli). Browne, in buona forma fisica, ha iniziato con "The Road", brano la cui fruizione è stata ormai irrimediabilmente danneggiata dalla versione del nostrano Ron ("Una città per cantare"). Ha poi pescato in lungo e in largo dalla sua vasta produzione, passando per "Fountain of sorrow", "Lives in the balance" e la title-track dell'ultimo album, riuscendo a malapena a non far addormentare i presenti, benchè fossero comunque ben disposti nei suoi confronti. Si è trattato infatti di un'esibizione fin troppo professionale, a tratti finanche cupa con rare scintille di spontaneità. Un giudizio che Browne ha cercato di ribaltare sul finale del concerto, proponendo in rapida successione "The pretender", forse il momento più ispirato di tutta la sua carriera, "Running on empty" e la conclusiva beatifica "For Everyman", un altro pezzo storico (ma niente "Stay"...). Tentativo apprezzabile, ma a luci spente restiamo lo stesso un pò delusi dalla scarsa quantità di buone vibrazioni trasmesseci. Anche se, per tornare alla domanda iniziale: chi è in fondo Jackson Browne?
Articolo del
07/04/2003 -
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