|
Ci attendeva una serata particolare, non ne avevamo dubbi, anche perché l’evento era davvero importante. Stavamo per assistere alla prima italiana di “Hallucination City”, la Sinfonia n°13 scritta da Glenn Branca, geniale ed eccentrico compositore americano, originario di Boston e molto attivo poi nell’avanguardia newyorchese a partire dal 1976. Il progetto prevede il ricorso ad un’orchestra composta da ben 100 chitarre, che suonano in contemporanea, sotto la direzione artistica di John Myers e dello stesso Glenn Branca. Schierati sul palco, pronte alla sfida, ci sono quindi i migliori 100 chitarristi (80 alla chitarra solista e 20 al basso elettrico) scelti fra la Roma Rock School, la Scuola Popolare di Testaccio, la Percentomusica, l’Università della Musica, L’Ottava, e altre scuole di musica della capitale. I musicisti sono tutti molto giovani, con loro sul palco Virgil Moorefield, alla batteria. Sapevamo dell’immaginazione sfrenata di Branca, del suo periodo punk con gruppi quali Theoretical Girls e Static, e della sua virata sinfonica in direzione di composizioni belle e agghiaccianti come “Dissonance” e “Ascension”, ma non avevamo ancora ascoltato il tema portante di “Hallucination City”, datata 2006. Ebbene, vi possiamo assicurare che non esiste niente al mondo di lontanamente paragonabile a quanto abbiamo ascoltato ieri sera dal vivo. Un trascinante crescendo di suoni di impronta minimalista, ripetuti ad intervalli regolari, ma con ritmi e frequenze diverse, un lavoro capillare e attento, una direzione superba, che mescola poi quelle note, le conduce in una direzione unica, obbligata, quella di un fragore epico e martellante che riproduce la furia degli elementi, il caos, l’esplosione dalla quale è nata la nostra Madre Terra. Le chitarre sono inizialmente stridenti, sembrano violini distorti, il suono diventa poi più compatto, monolitico, fino ad offrire un impatto che ha un qualcosa di epico, di tuonante, che spaventa (a dire poco) gli spettatori meno attrezzati. Si tratta di suoni primitivi che ritraggono però a perfezione una realtà decisamente moderna, sfrenata ed alienante. Le chitarre stordiscono, ma non certo meno del fragore assordante delle presse meccaniche nelle industrie automobilistiche di Detroit o dello sferragliare che ci proviene quotidianamente dalle rotaie della metropolitana, giù nel sottosuolo. La sinfonia è in pratica un vortice, fatto di incontri e di scontri, di toni altissimi, di frequenze estreme. Le chitarre acquistano velocità, si rincorrono, sempre di più, diventano ossessive, disarmoniche, letali (tappi per le orecchie, gratuiti, distribuiti all’ingresso, da me rifiutati, yeah!), la nevrosi che attanaglia l’Uomo Moderno, stretto in una morsa fra necessità e desiderio, diventa musica, opera d’arte, di valore assoluta, fantastica, per chi sa ascoltare, per chi resta incollato alla poltrona, e si lascia coinvolgere, si lascia trascinare all’interno di quel magma primordiale e bollente! Le note della sinfonia sono un qualcosa di irreale, viene abolita ogni indicazione armonica, qualsiasi riferimento melodico, sembra piuttosto di ascoltare lo scorrere impetuoso di un torrente, o ancora il rumore del vento in tempesta nei mari del Nord, così tumultuoso, che procede ad ondate! Branca segue da sempre un progetto ambizioso: vuole squarciare la monotonia della vita moderna, quel “sempre-uguale” che annichilisce le menti ed i corpi. Ecco il perché di quelle raffiche paranoiche, di questa sinfonia atipica, poderosa, solenne, unico rimedio verso la violenza della materia. Il finale è riservato ad un clangore metallico, spinto all’estremo delle sue possibilità (Robert Fripp would have liked all that!), sovrapposizioni e risonanze così viscerali da far pensare a qualcosa di immediato, di urgente, suoni che possiedono una valenza orgiastica! Ad ogni rallentamento corrisponde una progressione, che ci rimanda al boato finale, è questa la strategia di Glenn Branca, che in fondo ci rammenta sonorità presenti nel subconscio di ciascuno di noi. Quando tutto finisce, i giovani musicisti - tutti davvero molto bravi - sono sfiniti, ma sono in uno stato alterato quanto mai evidente. Hanno sperimentato un qualcosa di unico, di cui sono stati protagonisti, e Branca si congratula con loro. Uno strano sibilo ci accompagna per il resto della notte. Credo di aver capito: sono felicemente sordo!!!
Articolo del
01/03/2008 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|