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L’aspetto forse in assoluto migliore dei concerti alla Casa 139 è lo stretto contatto che spesso si crea tra le band ed il pubblico. Vuoi per le dimensioni ridotte del locale, vuoi perchè il backstage non è troppo isolato dalla sala principale, vuoi sicuramente e soprattutto per l’atmosfera sempre molto raccolta che si respira. Anche ieri sera, come era successo molte altre volte con altri artisti, i Cut Copy, a fine concerto, si sono tranquillamente mischiati al pubblico a bere ed a parlare. Cosa che, in altre location, ho visto davvero raramente. Ma, d’altra parte, che (da buoni australiani) fosse gente alla mano lo si era capito anche vedendoli sul palco. Anche se inizialmente non di troppe parole, i tre ragazzi di Melbourne (accompagnati, in alcuni pezzi, da un quarto elemento al basso) hanno sempre cercato di coinvolgere il pubblico muovendosi e agitandosi sfruttando al massimo tutto il palco, tenendo sempre un atteggiamento sorridente, divertito e per nulla da rockstar. In questa atmosfera quindi molto rilassata, i Cut Copy hanno proposto un set (non lunghissimo) con il meglio della loro indie-dance, con pezzi tratti sia dal loro primo album “Bright Like Neon Love” (come “Time Stands Still”) che soprattutto dall’appena pubblicato “In Ghost Colours” (come “Hearts On Fire” e “Lights And Music”). Tracce tutte ballabili, con testi mai particolarmente complessi (e, anzi, spesso, composti solo da un paio di frasi ripetute ad oltranza come nella migliore tradizione dance) e interventi qua e là, fra gli effetti e le basi (che purtroppo, ogni tanto, comprendevano anche supporti vocali e seconde voci), anche di due chitarre e del basso, come nell’iniziale “So Haunted”. E, forse, proprio nelle (non molte) tracce in cui i Cut Copy si sono affidati a chitarre, basso e voce pulita si è visto - musicalmente - il meglio della serata, mentre le canzoni affidate solo alla batteria ed alle basi hanno (almeno nella mia ottica romantica - e forse superata - che vorrebbe sempre vedere e non solo sentire la musica) perso un po’ della loro forza. Ma, comunque, seconde voci vere o registrate, il pubblico non è sembrato porsi troppo il problema, ha apprezzato molto ed ha ballato per tutto il set. E credo che proprio questa fosse l’unica intenzione di Dan Whitford e compagni.
Articolo del
06/03/2008 -
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