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Eccoli finalmente, per la prima volta in Italia, i Marah, il gruppo rock americano più amato da Bruce Springsteen, del quale risultano appassionati seguaci, la band di cui Stephen King ha più volte tessuto le lodi, i musicisti americani di cui lo scrittore inglese Nick Hornby dice un gran bene. Vengono da Philadelphia, si sono poi trasferiti a New York e ci propongono in musica quelle che sono le radici dell'altra America. Una sorta di alternative folk, molto ritmato e possente, una musica estremamente appassionata e diretta, che si coniuga bene con l’idea di quel Marah, che letteralmente vuol dire “cocomero selvatico”, il nome scelto dalla band nel 1988 al momento dell’esordio sulla scena garage americana. Il nucleo del gruppo è formato dai fratelli David e Serge Bielanko, chitarre e voce, ai quali si è aggiunta recentemente, in pianta stabile, Christine Smith, tastiere e voce. I tre sono supportati sia in studio che dal vivo, da una potente sezione ritmica che ne asseconda l’afflato melodico. I Marah presentano questa sera dal vivo gran parte dei brani che compongono “Angels Of Destruction”, un album appena uscito, registrato fra Nashville e New York. All’inizio sembra di ascoltare un live set di Bob Dylan, con quelle ballate acustiche morbide ed intense, e con il suono di un armonica a bocca sempre in primo piano. Poi però si cambia rapidamente registro, fanno il loro ingresso le chitarre elettriche e le note devastanti di un rock and roll appassionato e furente, a metà fra i vecchi Stones e gli AcDc, invadono Stazione Birra, pronta ad accogliere una band non troppo conosciuta qui da noi, anche se ha al suo attivo una carriera artistica davvero pregevole. Brani come “Can’t Take It With You”, “Coughing Up Blood” e “Wild West Love Song” si aggiungono a canzoni altrettanto vibranti, tratte da “If You Didn’t Laugh, You’d Cry”, album del 2005, un disco davvero memorabile, forse l’apice dell’ascesa musicale del gruppo. Il songwriting dei fratelli Bielanko è così ispirato e curato fin nei dettagli che - oltre all’ovvia parentela con il primo Springsteen - non è azzardato paragonare i Marah ad una sorta di U2 americani. Adorano la musica che fanno, esibirsi dal vivo e cantare, comunicare con il pubblico, è la loro vita, da sempre, e brani come “Sooner Or Later” e “Demon Of White Sadness” ci offrono una testimonianza di quell’energia vitale che alimenta di continuo la loro vena compositiva. E’ un suono robusto, corposo, mai violento però, quello dei Marah, felici di essere qui e dispiaciuti di dover ripartire tanto presto. Salutano il pubblico romano con una inaspettata e divertente versione di “New York New York”, dedicata alla loro città di adozione e a tutti i presenti.
Articolo del
09/03/2008 -
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