|
Lontana dalle frenesie elettriche di quel rock and roll viscerale che segnò la sua esibizione di tre anni fa al Centrale del Tennis del Foro Italico, ritorna a suonare dal vivo a Roma PJ Harvey, inglese, indiscussa reginetta della scena indie rock internazionale. Polly Jean si presenta sul palco della Sala Santa Cecilia in perfetta solitudine e sembra a suo agio in quell’abito nero dal sapore antico, fine Ottocento, che sfoggia nell’occasione. E’ circondata solo dai suoi strumenti: una chitarra elettrica, un pianoforte, un’arpa modificata, una chitarra acustica e una drum machine. Sembra quasi che si trovi a casa sua, nel Dorset, nel suo studio di registrazione. Non è una sorpresa per noi e per quanti hanno seguito lo sviluppo artistico di Polly, in particolare il percorso che ha portato alla registrazione di “White Chalk”, il suo ottavo album, un disco scarno ed essenziale, quasi minimalista, ispirato alle opere di James McNeil Whistler, pittore americano dell’Ottocento. Sembra quasi lei, Polly Jean, la figura femminile ritratta su “Symphony in White n°1”, una donna desiderosa di intimità, di silenzio, che affronta da sola tematiche esistenziali profonde, che accoglie dentro di sé quelle tenebre che le sono sempre state amiche. A sorpresa però Polly imbraccia la chitarra elettrica e rompe un silenzio glaciale, l’attesa, con le note pesanti e distorte di “To Bring You My Love”. La sua voce, a dispetto della figura, così gracile e dimessa, è tonante. L’impatto iniziale è da brividi. Subito dopo Polly esegue “Send His Love To Me”, poi passa alle composizioni tratte dal nuovo disco, e le note di “When Under Ether”, di “The Devil” e di “White Chalk” inducono il numeroso pubblico presente ad un silenzio carico di tensione, pieno di voglia di entrare nel suo mondo, di cogliere quelle emozioni che lei dal palco comunica. Polly è una donna viscerale ed estrema, è la regina del contrasto, è sempre pronta ad affrontare nuove scommesse, non ha paura di mettersi in discussione. Ha dovuto “reimparare” a suonare la chitarra, ha impostato diversamente la voce, si allontana non poco dal rock and roll altisonante e sporco delle origini. Niente più minigonne vertiginose e tacchi a spillo, ma una serie di brani come “Angelene”, “My Beautiful Leah”, “Nina In Ecstasy”, “Electric Light”, “Shame” e “Long Snake Moan” che sono ugualmente breath-taking, che ci tolgono lo stesso il respiro. La musicalità di Polly Jean è nuda, è sincera, lei si alterna di continua alla chitarra e al piano, ricorre spesso all’elettronica e confessa candidamente che il beat ossessivo della drum machine costituisce molto spesso la base per la genesi dei suoi brani. Un tuffo nel passato con “Big Exit”, dal disco registrato a New York con Steve Albini, e con “Down By The Water”, eseguita imbracciando una sorta di arpa modificata che emette suoni suggestivi e in vero molto struggenti. Polly è un po’ infastidita dai continui scatti dei fotografi, avidi ed invadenti, che vogliono ritrarla in ogni suo atteggiamento. Si riprende subito però, esegue ancora “Grow, Grow, Grow”, “The Mountain” e la magnifica “Silence”, sempre da “White Chalk”, prima di sparire dietro le scene. Richiamata a gran voce sul palco, torna più sorridente e serena, si siede al piano e canta “The Garden”, un vecchio brano da “Is This Desire?”. Poi, su richiesta di una parte di pubblico evidentemente affezionata alla Polly Jean trasgressiva, fortemente allusiva e ribelle, imbraccia la chitarra elettrica e canta l’oscena “Rid Of Me”, un brano non in scaletta. Accontenta tutti con le noti incalzanti di “C’mon Billy”, ancora un vecchio successo da “To Bring You My Love”, poi ritorna a quella che è la sua dimensione attuale, quella che sente più vera ed esegue la bellissima e delicata “The Piano” seguita da una versione acustica, solo in apparenza algida e distaccata, di “The Desperate Kingdom Of Love”, da “Uh Huh Her”. Raccoglie i fiori e una deliziosa t-shirt che ha avuto in dono, ringrazia e sorride ancora. Meno rock and roll, ma lo stesso molto stridore, quello che produce l’anima quando si prova a scavare dentro.
(la foto di PJ Harvey in azione all'Auditorium di Roma è dell'autore della recensione Giancarlo De Chirico)
Articolo del
12/03/2008 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|