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Oltre ad essere uno dei nomi di punta della scena (non solo musicale, capirete poi perché) contemporanea, Mark Oliver Everett è un tipo particolarmente scostante ed il palcoscenico è il contesto nel quale la sua imprevedibilità emerge con effetti talvolta spiazzanti. Se ne sono accorti gli spettatori che hanno gremito le poltroncine del Conservatorio per il primo dei tre appuntamenti italiani del tour 2008 degli Eels. Molti di loro, soprattutto quelli che hanno impietosamente accompagnato la prima ora di spettacolo con bordate di fischi, forse non erano al corrente del fatto che per il songwriter americano l’accezione del termine concerto ha una portata piuttosto ampia e che le sue performance sono dei contenitori capaci di racchiudere svariate forme d’arte. Ma andiamo con ordine. Cosa è successo dunque nell’imponente sala milanese? Cosa ha indotto numerosi presenti a sbraitare la propria rabbia prima che la silhouette di E si materializzasse in scena? Semplicemente, prima dell’atteso happening è stato proiettato un documentario con protagonista lo stesso E ma in realtà incentrato su un altro Everett, Hugh Everett III per l’esattezza, fisico noto per i suoi studi sulla meccanica quantistica e padre di Mark. Il film, trasmesso dalla Bbc qualche mese fa, ripercorre le tappe fondamentali della vita dello sfortunato scienziato – le sue teorie non attecchirono immediatamente e un infarto se lo portò via a soli cinquantun’anni - attraverso delle interviste, spesso surreali, realizzate dal figlio. Il quale di sfortuna ne sa qualcosa: oltre ad aver perso il genitore molto presto, ha visto la sorella Elisabeth, rievocata nel documentario, suicidarsi per depressione per non parlare di una cugina morta disintegrata insieme all’aereo che l’11 settembre 2001 si schiantò sul Pentagono. “E’s Journey - Parallel Worlds, Parallel Lives” è un viaggio doloroso attraverso gli incubi ed i fantasmi di un’esistenza, una sorta di catarsi che per il povero Mark ha una funzione terapeutica evidentemente sfuggita agli incauti fischiatori. Il clou della serata è stato introdotto da “A Magic World”, che ha fatto subito intuire il tono che avrebbe preso l’intera “seduta”: gli Eels sono venuti a Milano a ranghi ridotti, Mark, ovviamente, diviso tra tastiera e chitarra, ed il fido batterista The Chet, col quale ad un certo punto si scambierà scherzosamente gli strumenti e che recita, è proprio il caso di dirlo, un ruolo importante in occasione degli intermezzi che interrompono qua e là le canzoni. Già, perché le sorprese non si sono esaurite con la proiezione della pellicola dedicata al papà. Mark Oliver Everett vuole entrare nella storia pure come scrittore e recentemente ha dato alle stampe un’autobiografia, “Things The Grandchildren Should Know”, per il quale la critica non ha lesinato paragoni nientemeno che con Kurt Vonnegut. Le letture tratte dal libro si alternano alle canzoni e ad altre pause durante le quali E legge, con un aplomb dai risvolti grotteschi, alcune epistole recapitategli dai fan. La parte del leone l’ha recitata, con grande sollievo dei più facinorosi, la sezione musicale. Una ventina di pezzi spennellati dallo splendido timbro roco di Mark eseguiti, però, con una sostanziale differenza rispetto alla mistura avvolgente dalla quale attingono i dischi. Rispetto alle prodezze in studio, dal vivo i brani sono spolpati fino a diventare trame esili ed essenziali. Qualche classico è stato, a nostro avviso colpevolmente, ignorato (“Railroad Man”); qualche altro è stato spogliato dell’originaria carica melodica per essere trasformato in una ballata un po’ acidula (“Novocaine For The Soul”). Ciò che non si perde è l’abilità nel passare dai toni concitati all’armonia rilassata, dai ritmi nervosi alla tenerezza di una filastrocca. Non a caso non c’è mostro sacro del rock americano che non sia stato accostato al suo stile (Bob Dylan, Beck, Woody Guthrie). E la sua scrittura ha convinto anche sul grande schermo (“Royal Pain”, nella colonna sonora di “Shrek 3”). Come nelle previsioni, quindi. Gli Eels non amano fossilizzarsi con un unico copione e non si limitano semplicemente a suonare, ma danno vita ad una messinscena a metà strada tra l’unplugged ed il teatro surreale, incline all’autobiografismo, alle citazioni e ai colpi di scena. Brividi soprattutto grazie a “Last Stop This Town” e “Climbing To The Moon”, mentre sono mancate le orchestrazioni e le grandi aperture di “Blinking Lights And Other Revelations”. Questo è l’unico appunto che si può fare al bravissimo E: aver scelto un basso profilo rinunciando, in nome del minimalismo, all’apporto di una vera e propria band. Un vero peccato, considerate le potenzialità che il Conservatorio offriva. Ma lui ha preferito così: intimità come nel salotto di casa e versi a volte appena sussurrati. Così Mark ci ha aperto il suo cuore, confermandoci il suo spessore di artista generoso e raffinato. Con buona pace dei fischiatori.
Articolo del
13/03/2008 -
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