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Benché Joe Jackson sia quello che si definisce un “cavallo di razza”, di lui si è sempre parlato (troppo) poco. D’altronde Jackson non è mai stato un uomo-copertina (anzi tutt’altro), non ha mai fatto notizia né dato adito a scandali e scandaletti, non ha mai rilasciato interviste incendiarie. In trent’anni di carriera ha sempre e solo pensato a suonare, e alle sue condizioni, con una totale libertà di manovra tra pop, jazz, classica e colonne sonore, infischiandosene delle mode e delle tendenze, e non preoccupandosi più di tanto per le vendite (in verità, declinanti nel tempo) dei suoi dischi. Eppure, il musicista originario di Portsmouth (ma poi vissuto per oltre un ventennio a New York, e da poco residente a Berlino) è uno che ha fatto la storia: dapprima con quel micidiale trittico di album (“Look Sharp” e “I’m The Man” del ’79, e “Beat Crazy” del 1980) con cui contribuì – di concerto con Graham Parker, Elvis Costello, Blondie et alia - all’affermazione del versante pop della New Wave sui residui del prog e del West Coast sound. E poi con la realizzazione di “Night And Day” nel 1982. “Night And Day” è ad opinione di chi scrive uno dei dischi più importanti degli anni Ottanta. Furono, quelli, anni di risveglio in città come Milano e Roma, dopo i cupi Settanta, marcati dalla depressione economica e dal terrorismo, in cui la sera la gente non usciva praticamente di casa. Negli anni ’80, finalmente, iniziarono ad aprire locali, sale da concerto, pub, vinerie e cocktail bar. La gente aveva voglia di dolce vita dopo il pesantissimo periodo precedente, e la colonna sonora di queste serate (finalmente!) edonistiche era rappresentata dal pop-jazz di Sade, degli Style Council, dei Prefab Sprout e – immancabile – dall’LP “Night And Day” di Joe Jackson, una raffinatissima fusione di canzoni pop e ritmi latin-jazz che in quegli anni ebbe uno straordinario successo planetario. Nelle due decadi seguenti Jackson, forse scottato dall’eccessiva fama, è solo sporadicamente tornato alle sue origini pop, scegliendo di cimentarsi perlopiù nella creazione di colonne sonore e di concerti per piano e orchestra. Solo a inizio millennio ha deciso di riarruolare i membri della Joe Jackson Band del periodo New Wave, il bassista Graham Maby e il batterista Dave Houghton con cui ha inciso due album di studio, “Volume 4” del 2003 e il recentissimo “Rain” che ha visto la luce a inizio anno e che Jackson ha presentato iersera all’Auditorium di Roma.
L’inizio, nella parziale oscurità della sala, è con il botto: “...We'll leave the T.V. and the radio behind / Don't you wonder what we'll find...”, intona Jackson assiso davanti al suo abituale imponente piano Steinway: “Steppin’Out”, il più celebre e celebrato brano – manco a dirlo – di “Night And Day”. Da qui in poi il concerto si dipana in una sapiente alternanza tra gli episodi di “Night And Day” (tantissimi, più del previsto) e la proposizione del nuovo “Rain” - un buon disco che stilisticamente si pone a metà tra il latin-jazz-pop degli anni ’80 e il più spigoloso new wave sound degli esordi della Joe Jackson Band (come ad esempio “Invisible Man”, un pezzo che stranamente però non verrà suonato). Da “Rain” arrivano “Citizen Sane”, la morbida, romantica “Wasted Time” e il rock and roll quasi alla Jerry Lee Lewis di “King Pleasure Time”, mentre da “Night And Day” vengono riproposte “Real Men” e “Cancer”, brano antiproibizionista (“Everything gives you cancer / There’s no cure there’s no answer”) che in qualche modo anticipò la battaglia di Jackson contro il sindaco di New York per l’introduzione del divieto di fumo nei locali della Grande Mela, una questione che poi è stata alla base della decisione del cantante di trasferirsi nella più permissiva Berlino. Jackson appare in gran forma vocale, con la sua inconfondibile voce “alla Costello” (o magari è Costello che canta “alla Jackson”? E Graham Parker invece?) che arriva chiara e forte grazie anche all’ottima acustica della Sinopoli. Una sala che però il pianista non pare apprezzare granché: “a beautiful room, but it’s too clean”; troppo asettica, la definisce, trovandoci concordi. Per questo - per “sporcare” un po’ l’ambiente - la Joe Jackson Band si lancia nel torrido r’n’b di “Dirty Martini”, tratto da “Volume Four” e dedicato dalla città di New Orleans, ossia “a very dirty town”... C’è un pubblico palesemente over-40, e allora non stupisce che i picchi di entusiasmo siano toccati quando arrivano i classici brani del periodo new wave, resi più sofisticati dalla nuova formazione a tre: “On The Radio”, “Different For Girls” e “One More Time”, intervallati da un altro intramontabile episodio di “Night And Day” come “Chinatown” e quindi dalla jazzata “Uptown Train”, dalla vivace “Good Bad Boy” e dalla struggente classicheggiante “Solo So Low”, tutti da “Rain”. E c’è spazio anche per “You Can’t Get What You Want” (da “Body And Soul” del 1984) e per “Stranger Than Fiction” (da “Laughter & Lust” del 1991). Dopo un breve intervallo, Jackson & Co. tornano ai loro posti per il bis di rito, che viene avviato da una discreta cover dello standard “Don’t Get Around Much Anymore” di Duke Ellington (“uno dei miei idoli di sempre”, il commento di Jackson). Immancabile poi “Is She Really Going Out With Him?”, pezzo datato 1979 che fece conoscere al mondo il talento di Joe Jackson e a tutt’oggi tra i migliori del suo repertorio (ma anche di tutta la New Wave), e dolce conclusione con la lenta atmosferica “Slow Song” che chiudeva anche il capolavoro “Night And Day”.
Riassumendo, è stata la notevole esibizione di un cavallo di razza tornato al suo primo amore: il pop pianistico, con spruzzate di jazz e qualche divagazione classicheggiante. Purtroppo le rigide regole dell’Auditorium non ci hanno consentito di apprezzarla sorseggiando come sarebbe stato d’uopo un frizzante cocktail alcoolico al modo dei bei tempi andati. E così, per rimediare, al bar alla fine del concerto abbiamo ordinato una pinha colada in un bicchiere da long drink, ottimamente guarnita con fetta di ananas, ciliegina e due cannucce. E la serata, da gradevole che era, come per incanto è diventata perfetta.
SETLIST: Steppin' Out Citizen Sane Wasted Time Real Men Cancer King Pleasure Time Stranger Than Fiction On Your Radio Solo (So Low) The Uptown Train Chinatown /Caravan (cover di Duke Ellington) Dirty Martini It's Different For Girls You Can't Get What You Want One More Time Good Bad Boy ENCORE: Don't Get Around Much Anymore (cover di Duke Ellington) Is She Really Going Out With Him? A Slow Song
Articolo del
21/03/2008 -
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