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Il motivo di fondo che ieri sera ci ha spinto a trascinare i nostri indolenti corpaccioni verso l’ex-Zoobar di Via di Monte Testaccio (oggi Big Bang ma sostanzialmente il medesimo locale) è stata la voglia di trovare soluzione – una volta per tutte – al cosiddetto “enigma Lightspeed Champion”. Perché infatti - ci siamo chiesti più volte - i media britannici stanno pompando senza posa e dall’inizio dell’anno questo nuovo progetto cantautorale dell’ex-Test Icicles Dev Hynes? Perché il suddetto occhialuto Dev non è mai mancato una volta quando per magazine anche rinomati si è trattato di stilare una lista di “new faces for 2008”? Perché l’album d’esordio dei LS, “Falling Off The Lavender Bridge”, pur essendo palesemente una mera variazione sul tema del cantautorato pop dei Bright Eyes, sta godendo di uno smisurato supporto e di recensioni estasiate? Perché di Dev Hynes si parla fin troppo spesso (e in modo sospettoso) come di uno dei nuovi genietti dell’indie-rock? Per trovare una qualche risposta a tutti questi molteplici dubbi, ce li siamo voluti andare a gustare dal vivo, i Lightspeed Champion, in caso che Dev Hynes in concerto si fosse rivelato un performer travolgente con una personalità da sprizzare fuoco e fiamme, e le sue ballate alla Conor Oberst avessero acquistato tutt’altra inattesa epica dimensione.
Macché: nulla di tutto questo - com’era anche facilmente prevedibile –, e la menzognera hype made in UK è stata schiantata da quella sempre implacabile prova rappresentata dal concerto live “in the flesh”. D’accordo: lui, Dev, è certamente un personaggio, nerdico al cubo nei suoi occhialoni dalla montatura nera, cappello stile Giovani Marmotte e atteggiamenti ai confini del goffo. Sul palco si presenta dondolante e incerto, accompagnato da una mini-band comprendente il violinista Mike Siddell, Martin “Train Chronicles” alla chitarra e una bella e formosa guagliona di Doncaster, Anna Prior, alla batteria. Tutti sorridenti, ma l’inizio è moscio con “Dry Lips”, uno dei (tanti) brani del disco in cui Dev si racconta rassegnato all’ennesima sconfitta con il gentil sesso; va meglio con il successivo “pop panoramico”, di “Galaxy Of The Lost”, uno dei brani di “Falling Off...” che resta maggiormente impresso, non fosse altro per la melodia così nettamente oberstiana (e non a caso, Hynes l’album l’ha inciso proprio a Omaha in Nebraska, assecondato dal produttore dei Bright Eyes). Ma il concerto stenta a decollare, causa anche il numero degli astanti non elevatissimo e neanche troppo entusiasta, fatta eccezione per il drappello di inveterati anglofili nelle prime file. Passano “No Surprises”, “All To Shit” e “I Could Have Done This Myself”, e arriva anche “Tell Me What It’s Worth”, considerata da taluni tra le migliori pop songs dell’anno, con un arguto testo che descrive l’esperienza di un “black kid” in una scena indie UK che più bianca non si può. Hynes presenta anche due brani che faranno parte del prossimo album, “Marlene” e una canzone “sulla prostituzione” intitolata “Madame Van Damme” (ottima assonanza) che per la verità lasciano un buon impatto e fanno ben sperare per il futuro. Si chiude con la “piece de resistance” di “Falling Off The Lavender Bridge”, l’estesa “Midnight Surprise”, qui rititolata per l’occasione “Imperial Surprise” con una speciale intro tratta dal soundtrack di “Guerre stellari” (una sorta di fissazione per Hynes che di recente in un’apparizione TV ha fatto vestire tutti i membri della band come i personaggi del film, ove la Prior era, naturalmente, la principessa Leia). Quindi, per i bis, i Lightspeed Champion propongono un altro brano nuovo di zecca (non meglio identificato) e infine l’occhialuto frontman chiude in solitario con la melanconica “Everyone I Know Is Listening To Crunk”.
Conclusione: Dev Hynes è un fenomeno essenzialmente inglese, ed è difficilmente esportabile. Le componenti del suo supposto fascino, la sua unicità “black” nel bianchissimo mondo indie inglese e la sua capacità di scrivere liriche colme di graziose rime (auto)ironiche (a differenza dell’altro fratello nero Kele Okereke dei Bloc Party, autore di testi di rara banalità), evaporano nel momento stesso in cui attraversa la Manica. E quanto a carisma... beh, lasciamo perdere... Hynes ha dato mostra piuttosto di una immotivata timidezza, e di scarse doti (e voglia) di comunicare con il pubblico, ciò che l’intima e raccolta atmosfera del Big Bang gli avrebbe consentito di fare a suo piacimento.
Ora, dopo questa parentesi italiana, i Lightspeed Champion hanno in programma un impegno della massima importanza: un tour (il primo con band) degli Stati Uniti, dove Dev Hynes si giocherà molto, se non tutto, della sua carriera futura di singer/songwriter. Noi certezze non ne abbiamo, ma anche a giudicare dalle prime (non eccelse) recensioni statunitensi di “Falling Off The Lavender Bridge”, è probabile che stavolta gli yanks non abboccheranno all’amo tesogli dall’altra parte dell’Atlantico. E magari qualcuno – tra i critici meno compromessi – avrà il coraggio di gridare al bluff. Quando ce vò, ce vò, come usa dire proprio dalle parti del testaccino Big Bang.
Articolo del
08/04/2008 -
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