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Prima di tutto, una nota di colore. Mai visti tanti gay ad un concerto. Certo, non sono mai andato a sentire gli Scissor Sisters o Ricky Martin. Lì, magari, ce ne sarebbero stati di più. Però, ieri, al concerto milanese dei Bishops, era veramente impressionante. La prima fila di ragazzine piuttosto gasate è stata pian piano spodestata da una serie di palestrati ammiccanti. E la scena più bella della serata è stata sicuramente regalata da un induritissimo capellone che, dopo aver anche offerto la sua birra al chitarrista Mike Bishop, già sicuro di portare a casa il risultato con la giovane rockstar, è stato educatamente rifiutato a fine concerto. E non riusciva a farsene una ragione. Comunque, parlando invece di musica, è stato un concerto rapido (e non poteva essere altrimenti, visto l’unico album pubblicato) e piuttosto coinvolgente che ha ripercorso tutto il repertorio di questa giovane band, da “Higher Now” a “Breakaway”, dall’interessante “City Lights” a “The Only Way I Can Look Is Down”. Ritmi sempre molto veloci, stacchi ben costruiti, canzoni pulite, brevi e che entrano da subito nel vivo, le due voci dei gemelli Bishop che si affiancano, una su tonalità più basse e l’altra a raggiungere le note più alte, in tutti i ritornelli ed in molte delle strofe, numerosi assoli di chitarra, sempre piuttosto semplici ma comunque perfettamente in tema con l’atmosfera generale. Atmosfera essenzialmente anni ’60, creata soprattutto grazie ai coretti in stile Beatles & co. ed ai ritmi che, a tratti (come in “Can’t Stand It Anymore”), ricordano anche i Doors di “Alabama Song”. Insomma, una musica divertente e che, pur nel suo evidente attingere al passato, può ritagliarsi un suo spazio anche nella scena di oggi. Un’ultima cosa. So di averlo già detto altre volte e mi rendo conto che è quanto meno strano diventare ripetitivi nel criticare la ripetitività di certa musica. Ma il limite dei Bishops è forse proprio quello di aver trovato una formula interessante (e che, innegabilmente, funziona) e di averla riproposta ad oltranza. Certo, finché si tratta di un album o di quaranta minuti di concerto è un conto e può ancora andare bene. Ma un domani, se vogliono confermarsi su buoni livelli, il trio londinese deve sicuramente cercare qualche maggiore variazione all’interno della loro produzione. Una buona base di partenza comunque c’è già.
Articolo del
12/04/2008 -
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