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Quando si dice l’album della maturità. Registrato in un mese sul finire dell’estate del 1990, Spiderland è stato osannato dalla critica − con colpevole ritardo − come l’atto fondativo del post-rock. Tra le tante direzioni che da Tweez avrebbero potuto prendere, gli Slint insistono su alcuni elementi, rimescolandoli continuamente tra loro nelle sei tracce proposte, dando vita a equazioni e formule che diverranno paradigmatiche del genere. Breadcrumb Trail ne introduce subito i contorni: la voce torna ad appoggiarsi su un testo di senso compiuto, ma lo recita senza alcun rispetto della ritmica, creando una tensione tra l’asimmetria nevrotica di quest’ultima e la tranquillità neutra del racconto. Gli assoli sono definitivamente banditi, a vantaggio di arpeggi ed armonici apparentemente innocui, ma che combinati a un sapiente uso delle pause mantengono inalterata la potenza irrequieta dell’hardcore, interiorizzandola e diluendola. La successiva Nosferatu Man è quanto di più vicino al rock si possa trovare nel cd, ma ovviamente declinato in modo diverso. Se le melodie sono d’impostazione “classica”, è nel ritmo che risiede la chiave del brano, con un alternarsi di quasi tutti gli strumenti nell’andare controtempo. La centralità della ritmica viene però portata all’esasperazione in Don, Aman. Qui, per quanto siano assenti basso e batteria, è la scelta del tempo che rende le frasi di chitarra una mera successione di tre accordi, intervallati da pause che sebbene siano lunghe, non lo sono abbastanza da rilassare l’ascoltatore. L’ennesimo modo diabolico escogitato per incollarci sulla sedia e farci piantare le unghie nei braccioli. La classica Washer si discosta in parte dalle altre canzoni, non fosse altro che per le parole d’amore che McMahan ci bisbiglia con tanta partecipazione. Nella cantilenante atmosfera del pezzo, emerge però un'altra possibilità musicale tipica della band di Louisville: risolvere l’accumulo di tensione compositiva in modo da lasciare l’ascoltatore perennemente insoddisfatto. Anche quando la chitarra viene finalmente distorta ed è pronta ad esplodere, non lo fa mai del tutto, lasciando di fatto le cose a metà strada tra una liberazione emotiva e la frustrazione più cupa, esattamente come la fine di una storia d’amore tormentata. Su questa idea evolve For Dinner..., ma in modo molto più marcato, visto che qui si tratta di veri e propri crescendo che s’interrompono di proposito prima di arrivare alla loro logica conclusione, tanto più evidenziati dalla natura interamente strumentale della canzone. L’ultimo pezzo, Good Morning, Captain, sfiora la perfezione: da una parte risulta essere un sintesi pressoché completa delle intuizioni contenute nell’album, e dall’altra riconcilia idealmente la band con l’hardcore da cui era partita, con un finale schietto e rumoroso, sospinto dagli urli laceranti della voce fin qui impantanata nelle tortuose tele melodiche delle chitarre.
PUNTATE PRECEDENTI: Retrospettiva Slint (1): Il rock è morto, lunga vita al rock
Retrospettiva Slint (2): "Tweez" (Jennifer Hartman Records and Tapes, 1989)
Articolo del
17/04/2008 -
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