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Incredibile. Stento ancora a crederci. Gli Slint al Circolo degli Artisti. E’ un po’ come se mi avessero detto: “ehi, domani ci sono i Refused al Traffic, che dici, ci passiamo?”. E dire che l’attesa è durata un attimo, risucchiata distrattamente tra università, concerti e sala prove. Sembrava ieri quando ho girato la pagina di aprile sul calendario, sorridendo sornione all’idea che il 29 di maggio avrei potuto vederli. Mi faccio due calcoli: l’ultimo reunion-tour era durato un mese, due anni fa. Una settimana in Europa, poi gli Stati Uniti. A Camber Sands, nel Regno Unito, i biglietti erano esauriti un anno prima della data programmata. In queste occasioni credo che non possiamo permetterci ritardi. Eppure come al solito ci muoviamo all’ultimo momento, anche se dobbiamo passare a prendere Lorenza. Ci perderemo il gruppo spalla, ma pazienza. Intanto Massimo si presenta con un panino tonno uova e maionese cui manca solo il fiocchetto per la donzella che ci farà compagnia questa sera senza aver avuto il tempo di cenare. Per fortuna siamo di strada, passarla a prendere è un attimo, e subito ci ritroviamo in tre diretti verso via Casilina Vecchia, attraverso le luci di una qualsiasi serata romana. In macchina lo stereo tenta di attirare la nostra attenzione, ci propone il Joe Strummer dei tempi migliori, ma siamo già sintonizzati su altre frequenze. All’improvviso, ecco che si consuma il dramma: a Lorenza non piace la maionese. Il siparietto culinario che si apre nell’imbarazzo generale, infrangendo i sogni a lungo accarezzati di un menu perfetto, ha una sola conclusione possibile: tra du’ fette de pane vince sempre la mortazza, è un dato di fatto. Com’è un dato di fatto che pur sapendo di dover sborsare venti euro per gli Slint da almeno un mese, una volta lì davanti con il danaro in mano ci lasciamo andare a improperi e considerazioni da Federconsumatori pensionati. Al Circolo ho bei ricordi, lampi d’azzurro di fine autunno si riaffacciano nei miei occhi mentre scrutiamo la fauna della serata. E’ una gara di minimalismo un po’ snob, tra nostalgici trentenni e curiosi dell’ultim’ora, a fronte di un parterre de rois in cui si distinguono Max Gazzè e Alex Infascelli. Lorenza ordina una pizza per placare finalmente la fame, mentre dal cortile esterno sentiamo Alexander Tucker scaldare il pubblico. Non siamo certo qui per lui, inutile far finta che c’importi qualcosa. Meglio goderci una birra e assaporare l’attesa. Quando infine entriamo nella sala gremita, costretti a stare molto distanti dal palco, ci rendiamo conto che non ci resta che sperare nella proverbiale acustica del locale. Ad interrompere le nostre considerazioni, nel silenzio generale, fanno il loro ingresso gli Slint. Niente presentazioni, niente “Ciao Roma!”, qui si fa sul serio. Oltre ai tre componenti storici, scopriamo che al tour si sono aggiunti anche Michael McMahan con la chitarra e Todd Cook a suonare il basso. Le prime note a risuonare galleggiando nell’aria fumosa del Circolo - e a farci ringraziare i fonici - sono quelle di Breadcrumb Trail, e Brian McMahan inizia il suo lungo racconto appartato nell’angolo sinistro del palco, mentre dalla parte opposta David Pajo carezza la sua chitarra per formare scale frammentate in terzine e pause. Il tutto suona esattamente come se qualcuno avesse inserito Spiderland nel lettore, dai volumi all’esecuzione, senza sbavature. Quei cinque ragazzi un po’ attempati si annullano completamente diventando un semplice medium tra noi e la loro musica, null’altro traspare oltre l’imbarazzante perfezione del suono. Anche perché da quaggiù non si vede quasi un cazzo, detto per inciso. Qualche secondo di pausa per accordare gli strumenti in un’atmosfera da musica da camera, e ricomincia la melodia ipnotica, che stavolta prende forma nelle cupe contorsioni ritmiche di Nosferatu Man. La tensione creata dal pezzo è palpabile, arde di un fuoco freddo, elettrico, alimentato dal cantato ansioso e gracchiante. Nulla si muove, le sole note ci lasciano col fiato sospeso in un immobilismo tormentato. A movimentare le cose ci pensa Britt Walford, che abbandona la sua postazione dietro le pelli per sedersi al centro del palco e duettare con Pajo: Don, Aman prende forma nella voce neutra e sussurrata del batterista, senza altro accompagnamento se non un intreccio di chitarre tanto semplice quanto geniale, composto da una serie di accordi eseguiti prima lentamente, a creare la necessaria intimità, e poi accelerati nel momento di maggior forza narrativa. Riprese le posizioni, è il momento di Washer, forse la canzone più apprezzata e conosciuta dei geniacci di Louisville. McMahan toglie le mani dalle tasche e impugna la chitarra, la malinconia che solo una storia d’amore può creare irrompe nella sala, con il suo corredo di ricordi e rimpianti è l’apogeo emotivo della serata. Ascoltiamo estasiati, lasciamo che le orecchie si ricolmino. E’ come stare fermi a prendere bastonate. L’unica cosa che ci mantiene saldamente ancorati alla realtà è quella parte di pubblico che si ostina a cantare le strofe, manco fossimo a un concerto di Vasco Rossi. Per fortuna la successiva For Dinner... è strumentale, i suoi crescendo incompleti ci traghettano lentamente verso la nave di Good Morning, Captain. Qui il racconto si fa inquieto, ossessivo, sorretto dal ritmo meccanico della batteria e degli arpeggi. E’ un procedere inesorabile verso l’esplosione finale, all’urlo di “I miss you” la violenza finora repressa viene scaricata con foga rabbiosa, la tensione si spezza. Se il concerto finisse qui, ne sarebbe comunque valsa la pena, ma per fortuna la scaletta prevede anche le ultime due gemme confezionate dalla band di Louisville e una sorpresa impensabile. Glenn e Rhoda, dall’ultimo EP, sono magnifiche: la prima crea una cornice cantilenante per le evoluzioni quasi rumoriste di chitarra, mentre la seconda si lascia andare nel finale a un vero e proprio pandemonio noise. Mentre qualcuno inizia ad avviarsi verso l’uscita con la pancia piena, assistiamo interdetti ad un cambio di strumentazione, e gli Slint ricominciano a suonare. Si tratta di una melodia mai sentita, un inedito. Due accordi suonati a velocità diverse che si risolvono in un finale furioso, dieci minuti composti di recente, che non hanno nulla a che vedere con il resto del materiale proposto questa sera. Finito il concerto, sbirciamo la scaletta: Kings Approach. Che sia il segno di un ritorno definitivo, dopo quindici anni di inattività? O il gruppo si scioglierà dopo l’ultima data di fine estate? Esiste - o esisterà - altro materiale inedito? Non ci è dato saperlo. Ma in ogni caso è stato un concerto memorabile. Non si può semplicemente godere della vista di un giardino? Che bisogno c’è di credere che nasconda delle fate?
PUNTATE PRECEDENTI: Retrospettiva Slint (1): Il rock è morto, lunga vita al rock
Retrospettiva Slint (2): "Tweez" (Jennifer Hartman Records and Tapes, 1989)
Retrospettiva Slint (3): "Spiderland" (Touch & Go, 1991)
Articolo del
19/04/2008 -
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