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Territorialmente sono di Londra ma approdano nella realtà direttamente dalle stelle. I loro live sono grandi feste dadaiste e la loro musica è un kraut pop misto al miglior free jazz, soul e funk da sempre in circolazione. Il risultato è un patchwork sonoro gestito sul palco a regola d’arte. Belle definizioni, queste, surrealismo pop, oserei dire: le parole sono lamette lucenti, e in questo caso semplici e asettiche se non commisurate a quanto i They Came From The Stars, I Saw Them riescono a creare dal vivo. Dopo due ep e un paio di remix electro-disco da culto, invadono l’UniCal e il palco del Partyzan per la presentazione del loro secondo prossimo album: “We are all in the gutter, but some of us are looking at They Came From The Stars, I Saw Them” previsto per il prossimo maggio. Prima del concerto chiacchieriamo con Horton Jupiter, Dan Hayhurst e Naomi Auerfeld. I tre (durante l’intervista manca all’appello il batterista) reagiscono vivacemente alle domande, raccontandoci, per prima cosa, di quanto divertente sia il tour che, in questo periodo, li vede in giro per l’Europa: come negarlo, è anche il pubblico a rendere i loro concerti delle esilaranti performance collettive. L’impressione che ho, infatti, a fine spettacolo, è che se crolla l’adunata crollano anche loro.
Salgono sul palco di bianco vestiti, viaggiano accompagnati da sassofoni, tastiere, basso, batteria e un computer dal quale partono, naturalmente, i principali effetti sonori. Originali segnali acustici sottraggono l’attenzione nei primi quindici minuti completamente strumentali che, probabilmente, fungono da varco di contatto con la nostra dimensione: “Siamo i They Came From The Stars, I Saw Them” strida il cantante Horton dal palco “siamo qui per comunicare con tutti voi”. La loro capacità persuasiva, effettivamente, funziona bene. Coinvolgono quanto basta, ma l’entusiasmo e il contatto empatico ricercato arriva alle stelle, solo, con i grandi singoloni: “The Hot Inc” o “Moon Song” strappano più movimenti così come, anche, “Lionel’s Tears”, spaziale segnale d’affetto per Lionel Richie; meno ci riescono con i restanti pezzi, lievemente stravolti rispetto all’album. L’armamentario kraut in strutture pop dalla facile intelligibilità, i bagliori elettronici e il cantautorato ironico, sono di seria qualità e fanno tanto del prossimo album quanto del primo, “What Are We Doing Here?”, un buon inizio di percorso. Amati o detestati, resta un dato inconfutabile: l’originalità dei quattro bionici - albionici è riscontrabile in poche altre band che, ultimamente, da Londra, ci è dato ascoltare.
Quando a fine intervista ricordo ai They Came From The Stars, I Saw Them le ottime parole spese da James Murphy a loro favore, rimangono sorpresi e paiono, questa volta, davvero, cadere dalla luna. Magari il corteggiamento DFA è già iniziato o presto comincerà. Il loro sound, in fondo, potrebbe, potenzialmente, essere ben consigliato a quel tipo di etichetta; ma loro, accortamente, rimbalzano la mia sospettosa supposizione fornendo una risposta da terrestri che angosciosamente attendevo e che tristemente non tarda ad arrivare: “abbiamo un ottimo rapporto con molte band DFA, apprezziamo gli Lcd Soundsystem ma ci troviamo benissimo con la nostra etichetta inglese”. Certamente. Proteggiamoli, allora, dalle possibili minacce provenienti dal pianeta terra. Le stelle, d’altronde, seppur diverse sono tutte belle e la loro, forse, è altra luminosità rara. Un consiglio? Non perdiamoli di vista. Un secondo? Strappate le recensioni sul loro conto e cercate di vederli in carne e ossa.
Articolo del
20/04/2008 -
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