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Gli astanti presenti all’Alpheus l’altra sera per il concerto degli oxfordiani Foals potremmo elencarveli tutti uno per uno, per nome e cognome: in particolare a fronte palco c’erano Chicco di Monteverde, i gemelli Trentin, Doriana figlia di un noto anchorman televisivo, LeRoy Suarez altresì detto “il Pete Doherty nero” (non se ne perde uno), e c’era anche la Luisa, speaker di una qualche radio privata. Per un misero totale di una cinquantina di persone, davvero poco per la prima (in assoluto) esibizione romana di uno dei gruppi emergenti più interessanti degli ultimi tempi. E sì, perché grazie alla globalizzazione (e a quella rimarchevole innovazione chiamata low-cost) da qualche tempo in qua anche dalle nostre parti è possibile visionare le nuove proposte d’oltremanica in “tempo reale”, in contemporanea con i nostri confratelli inglesi (e non come ancora un decennio fa, quando o arrivavano già “mega” o non arrivavano affatto); si tratta però di un privilegio che bisogna sudarsi e guadagnarsi, preferibilmente sganciando il deca e affollando i locali che ospitano di volta in volta tali eventi. Perché il rischio è che, a furia di disertare, da noi poi non scenda più nessuno. A chi garba infatti suonare in un locale semideserto in una nazione straniera fredda e ostile, sapendo che se resti a casa tua fai il sold-out a ogni piè sospinto e ti adorano neanche fossi la seconda venuta di Cristo in terra?...
Quando si sono presentati sul palco – dopo le dimenticabili esibizioni degli italici Queimada e Soul Drivers - i Foals probabilmente sapevano a cosa andavano incontro, data l’analoga spettrale accoglienza ricevuta alla data milanese della sera prima. E hanno dato inizio alle danze quasi timidamente, con la strumentale atmosferica intro di “XXXXX”, seguita quindi da “The French Open”, il brano che apre il loro notevole album d’esordio “Antidotes”. Ma i primi segnali di vita da parte di un pubblico tutto da conquistare sono stati raccolti solo con “Cassius”, frenetica dance-track e ultimo singolo del gruppo, durante l’esecuzione della quale si sono cominciate ad agitare alcune teste. Per i non edotti, i Foals sono uno dei gruppi più originali del 2008, e la loro musica rappresenta un salutare antidoto propostoci dal Regno Unito dopo averci propinato per una cospicua frazione della presente decade (quasi) solo innumerevoli variazioni sui sempre più frusti temi del pop-punk alla Libertines. Darne una definizione è problematico, perché come tutti i gruppi “oltre”, i Foals assorbono le influenze più varie e risputano fuori un miscuglio che odora di unicità. Ci sono nei loro brani tracce di punk/funk (alla Rapture o, ancor meglio, alla !!!), ma anche di post-rock alla Battles se non alla Tortoise, e c’è una concezione quasi “matematica” delle trame strumentali. Ma i Foals sono e restano soprattutto un gruppo pop, teso a far ballare e se del caso ipnotizzare l’ascoltatore: e il tutto, reso con un’intensità che non può non lasciare ammirati. C’è poi da dire del chitarrista, cantante e leader della band, l’anglo-greco Yannis Phillippakis, ventenne dalle fattezze mediterranee (stessa faccia stessa razza, no?) che interpreta il suo ruolo di frontman con una convinzione nei mezzi - propri e della band - che ci è raramente capitata di vedere. Alla fine, quello dei Foals a Roma è stato un concerto in crescendo, in cui sono state suonate tutte le migliori tracce di “Antidotes”: la “music for airports” di “Olympic Airways”, e quindi la vibrante “Balloons”, “Heavy Water”, “Two Steps Twice”, “Red Socks Pugie”, ed “Electric Bloom”, con la sola assenza purtroppo di “Tron”, uno dei nostri pezzi preferiti. E a differenza di Milano, dove i Foals non sono tornati sul palco per motivi tecnici – o forse perché indispettiti dalla tiepida accoglienza – all’Alpheus Phillippakis & Co. hanno regalato una memorabile encore conclusiva con la prodigiosa “Hummer”, una delle più popolari indie-dance-tracks del 2007 (che hanno poi deciso – sbagliando a nostro avviso – di non inserire sull’album) che ci ha travolto con il suo torrido, irresistibile punk-funk “matematico”, e che ci ha fatto uscire dal locale con impressa nella mente l’immagine di Philippakis indemoniato nel percuotere i due tamburi posti al centro del palco.
Sciamanici, intensi, e con una tecnica strumentale di gran lunga superiore alla media. Di una sola cosa vi è certezza: ne faranno, di strada, questi Foals.
Articolo del
22/04/2008 -
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