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I Pipers vengono da Napoli, ma ad ascoltarli non lo diresti mai. Questo è il loro Myspace (www.myspace.com/pipers2006), ascoltare per credere. Da due anni suonano indie-rock, tipicamente british, e lo fanno con stile e creatività. Sono molte le canzoni nel loro repertorio. Innanzitutto quelle contenute nel loro primo demo, ½ Penny Marvel, che ha trovato spazio e ascolto in Italia ma soprattutto fuori, proprio in Inghilterra. E poi? La canzone Tonight Goodbye è stata addirittura inserita nella compilation britannica “BigIndie Come back vol 3”, che ha selezionato le migliori canzoni indie di tutto il mondo. Insomma, sebbene ancora semisconosciuti, i Pipers stanno iniziando a farsi sentire, e l’apertura del recente concerto milanese dei Charlatans non può fare che sperare grandi cose per il futuro. Abbiamo fatto due chiacchiere con il frontman della band, Stefano De Stefano.
I Pipers sono nati poco più meno di due anni fa, ma in questo poco tempo avete fatto passi da gigante, togliendovi anche delle belle soddisfazioni. Qual è la vostra storia fino ad oggi? Registrammo un demo autoprodotto a maggio 2006 e abbiamo fatto il primo live a gennaio 2007. Dopo ci sono stati un po’ di lavori in corso tra giugno e ottobre, a causa di alcuni cambi di formazione e finalmente da quel momento siamo con la line up stabile: io, Jube, Stefano b e Angelo.
E l’apertura al concerto dei Charlatans? Non è da tutti, come avete fatto? Ho mandato una mail al cantante del gruppo Tim Burgess, chiedendogli di ascoltarci e di darci questa possibilità. Gli siamo piaciuti e così ho inoltrato la sua mail a Milano Concerti. Da quel momento è stato facile organizzarsi, i Charlatans sono dei veri gentiluomini.
Quando vi ascolto penso subito al brit pop, poi ai Beatles. Quanto c’è di questi due elementi nel vostro sound? I Beatles ci sono e ci saranno sempre per ogni artista che abbia a che fare con il pop. Sono imprescindibili. Credo però che sia riduttivo parlare di noi e dire britpop e Beatles. Sono le nostre fonti più immediate probabilmente, per il facile approccio alla melodia e al sound che a noi piace. Ma dal vivo abbiamo un suono elettro-acustico che non sempre può esser marchiato come semplice britpop. Fortunatamente il disco metterà in luce questi aspetti variegati: non siamo e non vogliamo apparire come un gruppo di genere e passatista, ma come una band che parte da radici e riferimenti ovvi per poi elaborare qualcosa di maturo e proprio. Sento molto vicini gruppi come Travis e Snow Patrol.
Ho come l’impressione che se foste nati dalle parti di Londra, sareste molto più famosi. È difficile essere italiani e suonare un tipo di musica come la vostra? Sì. Perché il primo muro che trovi è nelle major, che qui non danno credito a progetti cantati in lingua straniera. Allora puoi cercare tra le indipendenti, ma lì non è che siano rose e fiori, anzi. C’è apertura verso il cantato inglese ma subentrano altri fattori. Noi siamo in una terra di mezzo perché abbiamo una proposta che è mainstream e che meriterebbe l’appoggio di major ma ci troviamo ad operare in modo indipendente perché la nostra lingua non è quella nazionale. In Europa ho l’impressione che sia più facile trovare consensi, tra radio, label, festival e opportunità in generale.
I Pipers ed il web. Sin dall’inizio, binomio perfetto. Il sito, il myspace, le canzoni on line. È questo il futuro della musica? È un’ottima arma messa a disposizione di chi non ha nulla alle proprie spalle. E un ulteriore canale di comunicazione in mano agli artisti già consolidati. Il futuro della musica non possiamo deciderlo o prevederlo adesso perché siamo in una fase di forte transizione. Ma le label ci saranno ancora e così anche i compromessi. Quello che sta nascendo è un sistema che bypassa il sistema, l’artista a contatto con il pubblico e imprenditore di se stesso. Ma il myspace sta comunque collassando.
Voci di corridoio mi dicono di un album d’esordio previsto a breve. Mi dici qualcosa di più? Ti dico solo che lo registreremo tra aprile e maggio. Autoprodotto finanziariamente. Poi faremo il missaggio a Milano e poi il mastering a Londra o New York. Cercheremo una label straniera oppure decideremo di operare solo sul web che tanto è la nuova strada che prima o poi dovrà essere intrapresa. Sarà un disco che risveglierà dal torpore in cui siamo caduti da qualche anno a livello indipendente. Non sono molto contento della nostra scena musicale cosiddetta alternativa.
Torniamo su Napoli. Cosa offre questa città ai giovani gruppi come il vostro? Oggi Napoli offre due locali importanti per suonare e vedere concerti: Duel Beat e la Casa della Musica. poi c’è il nulla. Qualche localino stretto al centro, qualcosa di appena aperto nella zona collinare e poi tanto vuoto. Non c’è il pubblico adatto a Napoli, anche se le cose sembrano migliorare seppure in modo molto lento.
Articolo del
26/04/2008 -
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