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Il 18 aprile è uscito il nuovo album da solista di Meg (Maria Di Donna) dal titolo “Psycodelice”. Un disco dal sound molto carico di sonorità elettroniche, house, dance e dai testi fortemente autobiografici; dieci tracce introspettive realizzate anche con la collaborazione di tre grandi maestri del suono quali Stefano Fontana, a.k.a. Stylophonic, Mario Conte e Danilo Vigorito. Un nuovo lavoro dunque per Meg, una nuova ricerca ed una nuova sperimentazione. L’abbiamo incontrata presso gli studi Rai di Saxa Rubra, rubandole un po’ di tempo prima che fosse impegnata con la redazione di Demo; lei, gentilissima, ha risposto alle nostre domande...
La separazione dai 99 Posse e l’uscita del tuo primo album “Meg” nel 2004 segna decisamente il tuo lancio nell’avventura da solista; si dice che, come nei film, il secondo (in questo caso album) sia sempre il più difficile perché carico e denso di aspettative che si vengono a creare; quali sono le aspettative che hai per questo tuo secondo album, sia quelle che vivi te in prima persona sia quelle che ti aspetti dal tuo pubblico? ...è una domanda molto difficile per me, perché è una cosa che non chiedo mai al mio disco quindi… non so come dire.. di ottenere un determinato effetto sugli ascoltatori; cioè normalmente il disco parla di un lasso di tempo della mia vita, scrivendo io i testi e le musiche, ovviamente quello che ne esce fuori è qualcosa di molto autobiografico, volenti o nolenti, per cui semplicemente quello che io mi aspetto dal mio lavoro è che esca fuori un qualcosa in maniera autentica; sicuramente mi fa molto piacere già da ora, appena uscito il disco, cominciare già a vedere, a verificare che tutta una serie di cose che erano mie necessità da voler esprimere nel disco, sono arrivate moltissimo alle persone, me ne accorgo dai messaggi su myspace, le mail, insomma… mi piace il fatto che per questo disco io avevo in mente un sound che parlasse in qualche modo di energia, gioia, ironia, che questa cosa fosse esplicitata soprattutto dal sound del disco e questa cosa è arrivata proprio immediatamente alla gente.
Una collaborazione speciale quella con Stefano Fontana ( Stylophonic) e anche con Mario Conte e Danilo Vigorito; cosa ti dà collaborare con artisti molto creativi come loro? E in questo specifico album qual è la cosa che ti hanno lasciato, che ti rimane di loro? Ma... sempre il piacere di trovare delle persone con le quali lavori, che in qualche modo capiscono tu dove vuoi arrivare e ti aiutano a concretizzare il tuo progetto. Questa è una cosa impagabile! è un pò come quando magari conosci un amico, una persona importante per la tua vita e parlandogli della tua vita, il semplice fatto di parlargliene e trovare dall’altra parte una persona che ti capisce,con la quale ti metti a parlare, ti si chiariscono tutta una serie di cose tue; e quindi allo stesso modo nella musica: cioè collaborando musicalmente con altre persone è la cosa più sorprendente più entusiasmante quella di, prima parlare magari di un progetto, cominciare a lavorare sul provino e poi, ad un certo punto, arrivare al risultato finale, quello che ti fa dire “ah cavolo!”, è uscito esattamente quello che avremmo voluto, forse anche qualcosa in più. Aggiungo anche un'altra cosa, ovviamente queste persone che tu hai citato, cioè nel momento in cui decido di collaborare con qualcuno è perché questo qualcuno ha da offrirmi delle cose che io non ho; quindi diciamo l’arricchimento che loro hanno portato è l’arricchimento di tre persone che, ognuna a suo modo lavora con l’elettronica, chi con l’elettronica diciamo più allargata, chi con quella più specifica cioè la techno, minimal, house... ed hanno dato il loro contributo ad un disco che io volevo suonasse molto dancefloor, molto danzereccio.
In “ Psycodelice” tu cerchi te stessa perché parti dal concetto di antidoto e invece ti trovi poi a voler ritrovare te stessa; nelle tue canzoni tratti argomenti che toccano i sentimenti più personali, fino ad arrivare, per esempio, in “Permesso?” a trovare quei momenti che ti permettono di dire: questa veramente sono io!; si dice che avere il coraggio di essere se stessi sia la chiave della felicità; la tua felicità dove risiede? Effettivamente il percorso è stato un po’ questo nel senso che inizialmente io volevo chiamare il disco "Antidoto” perché un po’ stavo attraversando una fase in cui ero alla ricerca di un antidoto per una crisi nella quale stavo passando e mi ero anche resa conto che intorno a me c’erano tante altre persone che... – vivevano... -no, cioè alla fine mi rendo conto che un po’ tutti siamo alla ricerca di un antidoto costante ai vari problemi che ci affliggono nella quotidianità e chi più chi meno, chi sfruttando i propri mezzi,chi il proprio carattere, le proprie esigenze, si trova tutta una serie di soluzioni, diverse; io ho pensato, è ovvio a questo punto pensare che per me l’antidoto per eccellenza è costituito dalla musica cioè il luogo ideale nel quale mi rifugio e nel quale cerco protezione dalla pesantezza della realtà delle cose quotidiane, quelle schiaccianti…e poi mi sono resa conto da una seconda analisi che in realtà, spesso e volentieri, l’uso che io facevo, che faccio, della musica diventa un abuso, cioè la bolla incantata musicale nella quale vado a rifugiarmi, spesso diventa una specie di tana dalla quale non riesco più ad uscire e quindi a quel punto succede che c’è bisogno di cercare un altro antidoto a quello che tu pensavi fosse l’antidoto; un poco il concetto, mi è venuto in mente questo paragone, una cosa è bersi in compagnia un bicchiere di buon vino e goderne, una cosa è diventare schiavi dell’alcol; quindi mi sono resa conto che è l’uso che tu fai delle cose a generare determinati meccanismi che possono essere benefici o negativi per te, malsani per te, quindi è la distanza che tu poni tra te e le cose che utilizzi o con le quali sei in contatto a generare determinate dinamiche ed è questo il motivo per il quale ad un certo punto mi sono resa conto che il vero antidoto per me, in quel momento, mentre scrivevo il disco, era un rapporto autentico con le parti più profonde di me, tutte, nel bene e nel male...
Riscoprire totalmente te stessa... Non lo so, non voglio fare la tipa zen o new age, no, semplicemente è stata un’intuizione, uno sguardo interno che mi ha fatto vedere questa cosa, me l’ha fatta proprio percepire... una di quelle cose che tu ad un certo punto, quando le senti, non puoi più fare finta di non vederle e ti cambiano un po’ anche la chiave di lettura o di scrittura, in questo caso.
Ritornando alle sonorità...cosa ascoltavi o a cosa ti ispiravi mentre realizzavi “ Psycodelice”? Possono essere anche suoni naturali, i rumori della città... Sicuramente io sono un po’ un animale metropolitano, nel senso che adoro le città, mi piace moltissimo anche la natura però mi piace vivere in città; adoro tutto ciò che di bello ti offre una metropoli ovviamente... Per quanto riguarda gli ascolti musicali ho sempre ascoltato di tutto, forse negli ultimi due o tre anni si è, in parte, riempita di più la mia library di i-tunes sul computer di roba ancora più elettronica del solito, cioè ho fatto proprio una scorpacciata di elettronica e di roba con i bpm belli sostenuti, per esempio ho ascoltato molto... mi piace moltissimo M.I.A., una cantante srilanchese naturalizzata londinese che mi piace assai; mi piacciono molto i The Knife, un duo svedese, sono fratello e sorella che pure utilizzano suoni elettronici molto fighi, molto cazzuti.
In“ Napoli città aperta” parli della tua città; ultimamente, purtroppo, si parla solo di cose brutte, degli aspetti negativi, come la spazzatura, la criminalità ma Napoli è una città meravigliosa patrimonio dell’umanità...tre cose che tu ami profondamente di lei. Prima di tutto voglio dire che queste cose come le chiami tu, “brutte”, di Napoli ci sono sempre state e per fortuna se ne è parlato, per sfortuna forse se ne è parlato troppo tardi e per una serie di solite dinamiche mass-mediatiche che sono: ‘questo argomento è di moda, se ne parla’ – l’emergenza rifiuti a Napoli c’è da quindici anni, la criminalità organizzata a Napoli ha avuto modo di svilupparsi nell’arco di un secolo, per cui, voglio dire, sono problemi che finalmente se ne parla, cioè li hanno affrontati, sono contenta che se ne parli. L’importante è poi trovare delle soluzioni reali ai problemi; è importante che la politica realizzi dei piani di sviluppo sul territorio reali e che non lasci che questi argomenti riempiano le riviste ed i quotidiani per il puro mestiere di giornalista che deve in qualche modo trovare dei contenuti succulenti per le proprie notizie, questo è quello che penso.
E tre cose che tu ami, che dovunque vai (e te viaggi anche molto) ti porti con te di Napoli? Sicuramente l’odore del mare, un certo tipo di umorismo che è tutto napoletano e anche un certo tipo di teatralità melò che solo noi napoletani abbiamo, nel bene e nel male.
Un album decisamente carico di “pezzi unici”, ognuno dei quali con delle caratteristiche particolari; qual è però quello che te ami di più, il tuo singolo, indipendentemente da tutto? E’ una domanda difficile, non si dovrebbe rispondere, però sicuramente “Napoli Città Aperta” ha un posto privilegiato; cioè è come se provassi un senso di gratitudine nei confronti di questo pezzo, perché devi sapere che io ho cominciato a scrivere i testi di questo disco in inglese... non so bene spiegarti perché, però ho avuto una specie di blocco in italiano e... quindi semplicemente scrivevo in inglese; poi ad un certo punto però qualcuno mi ha fatto notare che c’era un pubblico che si aspettava da me che io scrivessi in italiano e che quindi ero completamente impazzita a scrivere in inglese; questa cosa non ha fatto altro che mandarmi ancora più in crisi perché nel momento in cui io ho sentito che avrei dovuto fare qualcosa perché c’era qualcun altro che si aspettava che io facessi esattamente quella cosa, mi sono sentita con le spalle al muro, come in gabbia, forzata a dover fare una cosa che in quel momento non mi sentivo di fare, quindi, blocco totale, ed ho smesso anche di scrivere in inglese, proprio crisi persa. Fortunatamente a questa crisi poi sono arrivate delle riflessioni che mi hanno fatto capire che in realtà in uno stesso disco potevano tranquillamente convivere pezzi in inglese e pezzi in italiano soprattutto se amalgamati da un certo tipo di sound, di arrangiamento, che fosse bello compatto e che quindi non c’era niente di male che convivessero pezzi scritti in lingue diverse. Nel momento in cui mi sono riappacificata con quest’idea ho ricominciato a scrivere in italiano, ed il primo pezzo che mi ha fatto riappacificare con l’idioma italico è stato proprio ‘Napoli Città Aperta’; riflettevo l’altro giorno proprio su questo, cioè che era emblematico che il pezzo che mi ha fatto fare pace con la mia lingua madre parli della mia città perennemente in guerra.
“Promises” ha attualmente una forte componente evocativa relativa al contesto socio-politico che stiamo vivendo; Celentano canta (e Tricarico scrive) “la situazione non è buona...” per te, usando un modo di dire corrente, la situazione com’è? Per quanto riguarda ‘Promises’, che è un pezzo che dice che le promesse sono sempre le stesse, credo che la classe politica italiana versi in una condizione degenerata ormai ai minimi termini; penso che la gente è talmente disillusa, disamorata dalle parole dei politici, proprio perché sono parole vacue che non trovano mai una coerenza ed una realizzazione in fatti concreti e, paradossalmente, il mestiere, tra virgolette, lo dico in maniera dispregiativa, del "politico", è diventato quanto di più politically incorrect che ci sia; cioè una persona che dovrebbe avere il compito di difendere il benessere del pubblico, dei cittadini, sembra ormai che sia sinonimo di interessi privati, quindi credo che ci sarebbe un enorme bisogno che la classe politica, che i politici in generale, in qualche modo, si impegnassero veramente a fare si che i cittadini possano avere di nuovo fiducia in loro.
“Psychodelice” è uscito il 18 aprile... quali sono i tuoi progetti futuri? Le tue prossime mosse? Tournèe? Farò una tournee di presentazione che comincerà a fine maggio, nel frattempo farò un giro di presentazione nelle FNAC d’Italia e la tournèe andrà avanti tutta l’estate fino all’autunno prossimo.
Un desiderio per il futuro? Mi piacerebbe moltissimo, a livello professionale, poter lavorare con Nigel Godrich, il produttore dei Radiohead...
Articolo del
29/04/2008 -
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