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E’ il nome nuovo della attuale scena indie underground. Si chiama Scott Matthew, è originario del Queensland in Australia, ma da diversi anni ormai vive e lavora negli Stati Uniti d’America. Il suo album d’esordio, pubblicato in Italia dalla Sleeping Star, ha ricevuto commenti entusiasti sia dalla critica specializzata, che si è lasciata andare a paragoni e confronti molto stimolanti con altri grandi nomi del panorama del folk rock più moderno, sia da parte di quel vasto pubblico di fruitori di musica che è sempre alla ricerca di nomi nuovi. Lo abbiamo incontrato poche ore prima della sua esibizione romana al Circolo degli Artisti ed abbiamo voluto conoscerlo meglio.
Provieni da un’esperienza punk con i Nicotine, quando ancora eri in Australia. Eri all’inizio della tua carriera musicale, che cosa è cambiato da allora? Beh, quasi tutto. Vivevo in Australia, a Sydney. Ero molto giovane, avevo tanta rabbia dentro e non sentivo ragioni. E’ qualcosa che però adesso mi sono gettato dietro alle spalle. Nel 1997 mi sono trasferito a New York, dove ho lavorato con Spencer Cobrin, l’ex batterista di Morrissey (il leader degli Smiths) abbiamo messo su un gruppo, gli Elva Snow, e ho cambiato il modo di fare musica. Adesso ho trentatrè anni, vivo ancora a Brooklyn, scrivo ballate, ho più fiducia in me stesso e, quando mi trovo sul palco, riesco ad esprimere meglio le mie emozioni, anche quelle più intime.
Come definiresti la tua musica allora? Non mi richiamo ad un particolare genere musicale. Mescolo stili diversi e faccio del “rumore ben organizzato”, ecco forse è questa la definizione che più si adatta ai miei live act più recenti.
Il tuo modo di cantare e di fare musica ti hanno procurato molti paragoni illustri come quelli con Antony & The Johnsons e con Devendra Banhart. Ne sei lusingato? Neanche tanto. Voglio dire, mi piace ascoltare Antony, come potrei affermare qualcosa di diverso? Così come mi piacciono tante cose di Devendra Banhart, ma non sopporto i paragoni. Ognuno di noi nasce con una storia diversa, e cresce in una maniera del tutto autonoma, singolare.
Fra i grandi musicisti del passato, quali ti hanno influenzato sul piano musicale e anche per quanto riguarda lo stile canoro? Devo dire che sono stato influenzato dal modo di cantare di Nina Simone e anche da Chet Baker, che adoro particolarmente. Non a caso anche questa sera eseguirò “Everything Happens To Me”, una sua vecchia canzone, fra le mie cover preferite quando mi esibisco dal vivo.
Posso chiederti come nascono le tue canzoni? Le scrivo da solo, per conto mio, ma poi propongo le mie composizioni al resto della band e ci lavoriamo su insieme per quanto riguarda gli arrangiamenti.
Parole e musica nascono in momenti separati? No, è vero il contrario. Vengono giù insieme nello stesso momento. E’ un po’ come se fossero lì insieme da tanto tempo, come se si cercassero, senza mai riuscire a trovarsi, se non al momento della creazione proprio di quel particolare brano.
Canzoni come “Abandoned” e “Habit” parlano molto spesso di solitudine, di separazione e di abbandono. Che cosa ti porta a descrivere tematiche tanto tristi? E poi sono tutte cose che ti riguardano da vicino? Gran parte delle mie canzoni sono autobiografiche e nascono da esperienze personali. In genere si tratta di metafore sull’amore. E mi riferisco a quando lo cerchi, a quando lo perdi oppure a quando lo trovi in un modo inaspettato. E’ vero, sono composizioni molto tristi. Ma io trovo che la tristezza sia un qualcosa di molto romantico, ed io sono un tipo romantico, quindi... Va detto però che io non sono triste per ventiquattro ore al giorno!
Il disco esce prima in Europa che in America, dove vivi e lavori. Perché? Perché credo che qui da voi in Italia, e in Europa in genere, ci sia la sensibilità giusta ed anche un pubblico più adatto a capire le mie canzoni, ad apprezzare quello che faccio. In America invece vanno bene, e vengono trasmessi dalle stazioni radio, soltanto i motivi scontati e prevedibili della musica hip-hop e la musica di facile consumo. Comunque in estate l’album verrà pubblicato in Australia e in seguito anche negli Stati Uniti.
Adesso è il tuo mestiere di musicista quello con cui ti guadagni da vivere? Suono dal vivo nei locali dell’East Village a New York e adesso posso finalmente dire che mi guadagno da vivere come musicista. Però devo dire che in passato ho fatto di tutto per pagarmi l’affitto e per affrontare gli standard di vita newyorkesi. Ho lavorato come commesso in un negozio di abbigliamento, ho fatto il pittore e ho lavorato come cameriere in una caffetteria.
Sei diventato un personaggio popolare dopo il successo avuto da “Shortbus”, il film di John Cameron, sulla cui colonna sonora compaiono “In The End” e “Upside Town”, due tue canzoni. Quando e come hai incontrato il regista? E’ stato ad una festa. Credo che abbiamo degli amici in comune. Ci siamo messi a parlare, gli ho detto che scrivevo canzoni, lui mi ha chiesto di fargli avere al più presto un demo-tape con alcuni brani. Poche settimane più tardi lui mi ha telefonato, mi ha detto che è rimasto piacevolmente sorpreso dalla mia voce e che le mie ballate potevano andare benissimo per le storie che raccontava nel suo film. Allora abbiamo lavorato insieme in una fase di preproduzione del film e abbiamo visto come sia “In The End” che “Upside Town” si adattassero perfettamente alla trama.
Sono le stesse canzoni che vedo qui sul tuo album di esordio? Sì, certo! Ma sono state incise daccapo e abbiamo dato loro un arrangiamento diverso rispetto a quello che avevano per la colonna sonora del film.
Articolo del
30/04/2008 -
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