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Ad allertarci sulle qualità della folk singer Laura Marling era stato il menestrello inglese Jont, che qualche mese fa nel corso di una chiacchierata ci aveva espresso il timore di essere ormai in età troppo avanzata (30 anni già compiuti) per riuscire a far presa sul grande pubblico. Fra l’altro, tutte le etichette UK si sarebbero messe a puntare principalmente su artisti molto - e in alcuni casi fin troppo - giovani; quali esempi dell’attuale tendenza, Jont aveva citato il caso dell’emergente Newton Faulkner (23 anni) e – soprattutto - di una nuova cantautrice, bravissima benché appena diciassettenne... Trattavasi della Marling, appunto, che l’altra sera ha deliziato il pubblico di un gremito Circolo degli Artisti con un breve set di una mezza dozzina di canzoni tratte dall’appena uscito album d’esordio per la Virgin “Alas I Cannot Swim”. Scortata da una mini-band provvista di violino e contrabbasso, la da pochissimo maggiorenne biondina di Reading si è presentata con un “Hello, we are...Laura Marling...", dando subito l’idea, visto l’irrituale utilizzo del plurale maiestatis, che dietro l’aspetto da educanda si celi una tigre ben convinta dei propri mezzi. Di certo Laura è una che i classici li ha studiati a fondo e con impegno, a giudicare da certi passaggi di brani come “Ghosts” e “Night Terror” in cui è palpabile l’influenza di Joni Mitchell e Joan Baez, se non anche di Nina Nastasia e Laura Veirs, intravedendosi altresì, in alcune canzoni, una passione per il remoto folk-blues degli Appalachi e per un tipo di honky-tonk tipicamente western (rispettivamente su “Alas...” e “You’re No God”). Talento e voce ci sono, ma l’impressione è che la Marling debba ancora fare ancora un piccolo sforzo per conferire alle sue alt-folk-pop songs una maggiore personalità e distinguersi in tal modo dalla sempre più agguerrita concorrenza (quella di Oltreoceano, soprattutto). Per ora, insomma, è ancora meglio Jont. Un indomani, chissà.
C’era poco di nuovo da scoprire, invece, sul conto del 26enne Adam Green, manifestatosi sul palco oltre mezz’ora dopo la fine del concerto della Marling. Green è, semplicemente, l’ennesimo cazzuto ebreo newyorkese, ultimo (per ora) anello evolutivo in una lunga e stimata tradizione che parte da Bob Dylan e passa per Lou Reed, Jonathan Richman (che sì ok è di Boston ma facciamo a capirci), i Kiss, i Beastie Boys e una miriade di altri nomi che hanno in comune una capacità quasi sovrumana di individuare i bisogni reconditi di pubblico e critica e di saper quindi confezionare il/i prodotto/i adatto/i a soddisfarli alla perfezione. In totale sintonia con le attuali tendenze, l’ex membro dei Moldy Peaches è tra gli artisti più post che vi siano oggi in circolazione. Post-rock, post-folk o post-soul, non fa differenza, qualsiasi genere musicale del passato viene riprocessato da Adam Green con l’iniezione di una massiccia dose d’ironia sconfinante nella cazzaraggine tout court. E’ solo in apparenza sciatto il modo in cui si presenta, con quella lunga chioma riccioluta che avrebbe urgente bisogno di uno shampoo, i jeans sdruciti con mezza patta di fuori e una (volutamente) ridicola maglietta con delle lunghe frange bianche, quasi circense. La perfetta “rockstar postmoderna”, insomma, che in linea con il palese intento farsesco si fa accompagnare – oltre che da una classica band basso/chitarra/batteria - da due coriste di colore che ovviamente non sono le solite supermodelle da MTV ma due ragazzotte decisamente sovrappeso (leggi: ciccione). L’atteggiamento di Green è (quasi) alla Joey Ramone nel brandire l’asta del microfono e il suo modo di stare sul palco rimanda piuttosto a Jerry Lewis (senza “Lee” in mezzo) in quella goffaggine costantemente ricercata, mentre snocciola una dopo l’altra le gemstones del suo repertorio, dalla nuova “Tropical Island” (dal recente “Sixes And Sevens”) alle più conosciute “Novotel” e “Animal Dreams” (da “Jacket Full Of Danger” del 2006), “Over The Sunrise” (da “Gemstones” del 2005) e “Bluebirds” (da “Friends Of Mine” del 2003). Ci troviamo – per la verità - a pensare che ad un concerto di Adam Green, oltre a sghignazzare e danzare ci sia poco altro da fare, ma presto ci accorgiamo che non è così. E finiamo a passare gran parte della serata a sbirciare increduli una ragazza americana tra le prime file (anche molto carina, il che non guasta) che conosce a memoria tutte le parole di tutte le canzoni di Green che, a giudicare dal trasporto con cui le canta praticamente in playblack, significano molto per lei. Sì: anche quelle di “No Legs” (da “Friends Of Mine”), quelle in cui Green con finta ingenuità alla Jonathan Richman declama “there's no wrong way to fuck a girl with no legs / just tell her you love her as she's crawlin' away”. E’ nei testi che risiede almeno il 50 - se non il 70% - del valore di Adam Green che, sia quando si è trovato alle prese con il soul (o meglio, con una caricatura di soul), con il Las Vegas swing o con il folk, ha sempre colto nel segno di una generazione (la sua) a cui sa parlare con la necessaria obliquità e – anche – con una buona dose di furbizia. Proprio per questo, però, aldilà di quel mazzo di brani di superiore fattura quali “Carolina”, “Emily” e “Friends Of Mine” - che hanno costituito il grosso dei bis e che sembrano in grado di camminare con le proprie gambe - se dall’equazione Adam Green andiamo a sottrarre le impareggiabili liriche, quel che resta è solo un vacuo pastiche di stili e generi del passato, dal mood tipicamente newyorkese, che non colpisce (quasi) mai nel segno. E magari saremo anche degli inveterati nostalgici, ma alla fine di un’ora e mezza di show ci è apparso palese come il miglior Adam Green di sempre resti quello semplice e spartano in chiave folk di inizio millennio, di cui si è visto solo qualche sprazzo quando a un certo punto, congedato il gruppo, ha imbracciato l’acustica e ci ha regalato piccoli classici straniati degli esordi come “Computer Show” e la già citata “No Legs”. E’ questo l’Adam Green migliore, e probabilmente anche quello più vero. Il resto - le paillettes e gli atteggiamenti pseudo-istrionici - è solo show-biz.
(La foto di Adam Green al Circolo degli Artisti di Roma è di Giancarlo De Chirico)
Articolo del
01/05/2008 -
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