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Il Latte+ è un locale alternative confinato nella zona industriale di Brescia. Discretamente noto ai residenti è invece particolarmente ostico da raggiungere per tutto il resto del mondo. Fortunatamente faccio parte della prima categoria, cosa che mi permette di arrivare ad un orario decente, godermi il prima, il durante e il dopo. Sul perché gli Isis abbiano scelto la tappa bresciana come unica finestra italiana del tour cala rapidamente un velo di mistero. C’è comunque da dire che l’atmosfera è più che godibile. Pubblico tendenzialmente maschile, altezze e barbe sopra la media e un paio di assidui che, mi viene assicurato, passano regolarmente in rassegna tutti i concerti che contengono la parola "metal" nella dicitura. Buon per loro. Il “prima” consiste nell’esibizione decisamente positiva dei Jackob, band post rock di ottimo livello (una sorta di Tool “da spalla” ad un gruppo che ha veramente fatto da spalla ai Tool) e dei trascurabilissimi e incazzatissimi Austerity Program. Tanto vale fare la spola dentro-fuori per approfittare della serata mite e rinfrescare le membra. Sarà che questa volta gioco in casa, sarà che il posto lo consente, riesco a intercettare Aaron Harris, batterista della band di Boston. Con me ci sono alcuni ragazzi della sezione cinema. Un paio di firme, quattro chiacchiere, grande disponibilità e qualche risata. Se ne sta appoggiato al muro sorseggiando una birra, preso dalla performance dei Jackob come uno qualsiasi di “noi”. Una bella sorpresa. L’attesa monta fino alle undici e mezza quando, in perfetto orario, la band capitanata dal tiratissimo Aaron Turner fa il suo ingresso on stage, dando il via al “durante”. Lo spazio è tanto, ma quasi completamente occupato da ampli e casse. Il risultato è subito evidente: un muro sonoro di un’ora e mezza, compatto, violento e densissimo. Tanto caldo e tanto sudore. Progressive metal, o post metal che dir si voglia. Pochissime pause e un paio di grazie scambiati con la gentaglia sfinitamente soddisfatta. Il suono riempie la testa, ben gestito in cabina di regia, pulito e aggressivo. Ci sanno fare questi americani, non c’è che dire. Passati al setaccio i pezzi più significativi di “In The Absence Of Truth”, ultima fatica in ordine di tempo (2006), ci si può concedere qualche divagazione Post, presa direttamente dalla Pre-istoria del gruppo. Sfuriate metal d.o.c. che si alternano a momenti più riflessivi e piacevolmente ripetitivi nella melodia. Comincio a tirare le somme quando le orecchie dolgono e mi vibrano anche i pantaloni. Cosciente del fatto che il fischio che sento non è certamente dovuto a qualcuno che mi sta pensando, ma al gran frastuono che mi ha deliziato per un’oretta e mezza (impossibile andare oltre) raggiungo l’esterno per godermi il “dopo”. Dopo un concerto di questo genere nasce il bisogno, la necessità, di far riposare la testa. Dopo una serata riuscita fa piacere pensare che la sala è stata riempita da una band che non ha la nomea di attirare maree di persone. Dopo aver bevuto un paio di birre di rito, riempie ancora di più vedere il gruppo passeggiare tra la gente per nulla infastidito. Sarà merito del dopo. O più semplicemente del Post.
Articolo del
02/05/2008 -
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