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E’ stato un concerto per pochi intimi, forse perché pioveva, forse perché era lunedì sera oppure perché il vento sta cambiando e non sono in molti a saper cogliere l’effettivo valore delle cose anche su un piano squisitamente musicale. Lui però, Jonathan Richman, originario di Boston, ma residente da anni ormai a San Francisco, sulla West Coast degli Stati Uniti d’America, non è per niente afflitto o turbato dalla situazione. Saremo in venti, non di più, o.k., nulla di che, ma si tratta pur sempre di clientela affezionata e attenta, che ben conosce il passato del frontman dei Modern Lovers, l’uomo che ha dato ragione di vita a tutto il movimento folk underground, colui che ha inventato il lo-fi ancor prima che questo diventasse un approccio stilistico ben riconoscibile. Jonathan Richman si ripresenta questa sera a Roma, a due anni di distanza dal divertente concerto del Big Mama, sempre in compagnia di Tommy Larkins, il batterista silenzioso ed introverso che asseconda da tempo tutte le follie e mirabilie di live act semplici, eminentemente acustici, che diventano però sontuosi sul piano della comunicazione con il pubblico presente in sala. Si comincia con tutta una serie di note strampalate che si combinano a rime baciate e un po’ folli di versi che finiscono ora in “special” ora in “celestial”, ora in “natural” facendo sbellicare dalle risate quanti sono qui questa sera. Jonathan Richman è un signore garbato e divertente, il locale gli piace, lui è contento, ma trova il modo di lamentarsi del palco, e lo fa in italiano “è un po’ alto” dice in italiano, e lo ripete continuamente, come se fosse un jingle radiofonico, volutamente ossessivo. Poi comincia a cantare brani in un italiano stentato ma adorabile (è specializzato in lingue straniere, in particolare francese, spagnolo e italiano, per l’appunto..) e vengono fuori versi come “la mia mente corre veloce / io dico basta alla mente/ va abbastanza bene/ abbastanza bene/ abbastanza va” e insegue parole ”stuzzicanti” che sappiano essere “stimolanti” per provocare sorrisi “smaglianti”!!! Il clima è tanto confidenziale, la musica è talmente condivisa con il pubblico che sembra di essere tutti invitati ad una festa in casa sua. Ecco che torna a cantare in inglese su “When You Refuse To Suffer (When You Refuse To Feel)”, una splendida ballata d’amore, ironica, garbata, che sembra sopra le righe, ma che non lo è affatto! Poi ci racconta di come costruiscono le case negli Stati Uniti, tutte grigie, o color crema, che sembrano delle prigioni. Mai nessuno che le colora in violetto! Canta di amore e di solitudine, rielabora una poesia di Pasolini e poi esegue una delicata e sognante "Springtime In New York”, uno dei suoi successi più recenti. Si scatena poi contro il dilagare della telefonia cellulare su un brano esilarante che ha come refrain un divertito “You can have a cell phone, but not me!” ripetuto fino alla nausea! “Viviamo in un mondo imprevedibile” dice con quell’aria che è solo in apparenza naive, “Come cosare questo coso?” e via con degli assoli di chitarra che scimmiottano atteggiamenti da rockstar deliranti e famose. Non si riesce a rimanere seri anche se poi quando canta “Let Her Go Into The Darkness” si capisce che anche lui è ben consapevole delle pene d’amore! Il concerto non è molto lungo, non dimentichiamo che anni fa Jonathan è stato operato alla gola, giusto il tempo di ascoltare ancora “My Baby Love Love Loves Me” e un paio di brani eseguiti in francese e in spagnolo, prima dei saluti. Lo incontriamo subito dopo in sala (lui è sempre disponibile con tutti, di una gentilezza profonda, ben poco formale) e - fra un autografo e l’altro - ci dice che non è dispiaciuto per il fatto che il pubblico non fosse molto numeroso: “Meglio così“ confessa “Erano tutte persone attente e partecipi, che ho sentito vicino in ogni momento. Non mi interessa il numero, ma la qualità del mio pubblico”. Una serata davvero piacevole, un artista unico e inimitabile, un musicista davvero controcorrente, il guaio semmai è che ce ne sono troppo pochi! Rock on!
(la foto di Jonathan Richman alla Stazione Birra è di Giancarlo De Chirico)
Articolo del
08/05/2008 -
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