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Non c’era ad aspettarli la folla oceanica dei mega raduni U.S.A. della fine degli anni sessanta, bensì una nutrita pattuglia di fedelissimi rigorosamente “over 40”, più qualche giovane che aveva studiato.---------- Non c’era all’interno del locale un’amplificazione adatta a sostenere il volume di fuoco sparato con grande energia dai loro strumenti (anzi, la tentazione di andare via per l’irritazione e il disgusto era forte nella prima mezz’ora) ma l’incontro con i Jefferson Starship, nuova generazione, è stato lo stesso importante. Paul Kantner e Marty Balin ci hanno mostrato il volto sano di quello che era una volta il “sogno americano” e - una volta di più - hanno comunicato a tutti i presenti una fiducia incrollabile nelle speranze di allora. ------------------Accompagnati dalla giovane “chanteuse” Diana Mangano, brava e spregiudicata quanto basta, incaricata di non far rimpiangere Grace Slick, dal poderoso Prairie Prince, ex Tubes e ex Journey, alla batteria, da Slick Aguilar alla chitarra solista, da Tom Lilly al basso e da Chris Smith alla tastiera, i Jefferson Starship sono apparsi contrariati per gli iniziali problemi di ricezione acustica, ma non si sono persi d’animo e hanno incominciato a sciorinare una lunga serie di piccoli capolavori musicali, canzoni attinte dal repertorio dei primi Jefferson Airplane, è il caso di “We Can Be Together”, “The Ballad Of You And Me and Pooneil” e dell’inno al rock psichedelico che rappresenta il crescendo di “White Rabbit” una ballata elettrica di rara intensità. Ancora, bellissime, la delicata “Today” e l’atmosfera sospesa, rarefatta di “Lather”, perle incastonate in una struttura rocciosa e travolgente che raggiunge il suo apice nella esecuzione acclamata di “Ride The Tiger”, un vecchio hit, stavolta però dei primi Starship. Da segnalare anche la vocalità ispirata di Marty Balin su “Hearts”, il tuffo al cuore che arriva improvviso alle prime note di “Sketches Of China” e il finale, acceso dall’incessante energia di un Paul Kantner mai domo, mai completamente appagato dai “riffs” della sua chitarra elettrica, nonché epigono di tutto quel movimento “hippy” che si ritrova idealmente nel grido corale, di “Volunteers Of America” che chiude il concerto. Poi si ripresenta Marty Balin, da solo, per una versione rigorosamente acustica della straordinaria “Coming Back to Me”, uno dei brani più belli del gruppo. E ancora, questa volta con la band al gran completo, “It’s No Secret” e “Good Shepherd”, per più di tre ore di concerto, quasi una celebrazione del mito della California, del primo pacifismo contro la guerra in Vietnam, della libertà in amore e nella società, tutte questioni che vedevano nell’ “acid rock” psichedelico e sognante dei Jefferson un punto di riferimento ben preciso.
Articolo del
30/04/2003 -
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