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Oggi cominciamo parlando di quella antica e demodé fissazione che si chiama “alta fedeltà”. O meglio: tralasciando i massimi sistemi (e il nefasto incedere di quell'oggetto low-fi conosciuto come mp3), più semplicemente parliamo dell’ambizione che taluni di noi ancora hanno di ascoltare la musica dal vivo come Dio comanda. A Roma, promuovendo per default l’Auditorium le cui sale per definizione possiedono un’acustica cristallina, esistono due locali chiamati Stazione Birra (situato, ahinoi, nel remotissimo quartiere Morena) e Init Club, dotati entrambi di impianti di altissimo livello; c’è l’Alpheus (rispettabile) e il Circolo degli Artisti (appena al di sopra della sufficienza). E poi c’è un’infinità di altri locali e localini dove a quanto pare se la musica si sente bene o non si sente affatto, non frega niente a nessuno. Uno di questi posti è appunto il Big Bang di Testaccio, dove sabato sera si sono esibiti gli scozzesi Sons & Daughters in un loro primo concerto romano tormentato dall’inizio alla fine da (a quanto pare) irrisolvibili problemi di amplificazione. Una colpa – probabilmente – da dividere a metà: da un lato il locale ha e ha sempre avuto una pessima acustica che rende i suoni metallici e cavernosi allo stesso tempo; dall’altro i tecnici del suono, chiunque essi fossero, non sono mai riusciti a ben bilanciare i livelli dei quattro strumenti, con il risultato che voce e basso erano affogati nel mix e praticamente indistinguibili.
Detto questo, il quartetto di Glasgow sponsorizzato dai concittadini Franz Ferdinand non è certamente il gruppo della vita: arrivati al terzo album, prodotto dall’ex-Suede Bernard Butler, “This Gift” uscito pochi mesi fa per la Domino, sono tuttora preda di una fatale indecisione tra un brit-indie-pop post-Libertiniano frizzante ma di scarsa originalità e certe tendenze americane che agli esordi li fecero paragonare alla storica rock and roll band losangelina X, e che di fatto rappresentano il vero atout del gruppo. I quattro, un misto di “sons” (il chitarrista Scott Paterson e il batterista David Gow) e “daughters” (la cantante Adele Bethel e la bassista Ailidh Lennon), hanno iniziato i procedimenti davanti all’ormai solito desolante drappello di anglofili con un paio dei più pulsanti brani dell’ultimo disco (“Gilt Complex” e “Nest”); hanno quindi virato dale parti del precedente “The Repulsion Box” (2005) con la discreta “Hunt”, tornando quindi a “This Gift” per eseguire la brillante “Iodine”, forse il brano più vicino a un hit single che abbiano mai prodotto. Nonostante il sound impapocchiato di cui si è detto, è apparso chiaro come la mora frontwoman Adele Bethel possieda una delle più belle voci femminili in circolazione. La sua scalogna (e dei Sons & Daughters) è però che ricorda molto (troppo) quella di Kate Jackson dei Long Blondes, e con l’aggiunta che la Jackson, volendo fare un impietoso confronto, è bella, sexy e spigliata, e si mangia a colazione la più impacciata collega scozzese. Una bella freccia nel proprio arco, però, i Sons & Daughters ce l’hanno pure loro: è quella trascinante cavalcata roots rock and roll intitolata “Rama Lama”, tratta da “Repulsion Box” che è il loro brano “alla X”, e in cui Adele e il chitarrista Scott Paterson si trasfigurano in Exene Cervenka e in John Doe, seppur solo per quattro minuti e spiccioli. Poi è soprattutto indie-punk libertiniano con “Darling”, “Rebel With A Ghost” e “Goodbye Service” da “This Gift”, e “Taste The Last Girl” e “Dance Me In” da “Repulsion Box”, prima di tornare alle american roots della conclusiva “Johnny Cash”, titolo da cui è fin troppo facile dedurre quali sia una delle influenze iniziali (e purtroppo ormai quasi accantonata per motivi presumibilmente commerciali) dei Sons & Daughters. Dei due bis previsti, ne viene suonato solo uno causa poco pubblico e acustica orripilante: “Blood” tratto - come del resto “Johnny Cash” - dal primo mini-album “Love The Cup” che lanciò il gruppo quattro anni orsono nel firmamento della scena indie britannica.
Dare un giudizio definitivo dei Sons & Daughters sulla base del concerto di sabato scorso non sarebbe giusto, anche per rispetto verso un gruppo che pur sconfortato dalla bassissima fedeltà sonora, dalla disorganizzazione e dalla scarsità di pubblico, in fondo ci ha pure provato, con onestà e professionalità. Resta in verità, dell’altra sera, molto poco se si eccettua la bellezza turbolenta di “Rama Lama” e alcuni sfolgoranti, seppur non di certo originali, sprazzi di pop-punk made in UK. E resta in noi la convinzione che i prossimi concerti al Big Bang sarà cosa buona e giusta disertarli per manifesta inadeguatezza del locale. Anche se putacaso dovessero suonarci i Rolling Stones.
SETLIST: Gilt Complex Nest Hunt Iodine Red Receiver Rama Lama Taste The Last Girl Darling Rebel With A Ghost Goodbye Service Dance Me In Johnny Cash
Encore: Blood
Articolo del
13/05/2008 -
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