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Atteso ritorno a Roma per Diamanda Galás, superba ed inquietante vocalist americana di origine greca. Lei è nata a San Diego, California, cinquantadue anni fa, ma ha ereditato dai suoi genitori, di religione greco-ortodossa, la passione sia per la musica che per il canto. Fin da piccola ha studiato pianoforte e, in seguito, ha cominciato a cantare, ha preso coscienza delle sue incredibili doti e del fatto di essere in possesso di una estensione vocale tale da comprendere i confini del mondo. Diamanda Galás ha accettato l’invito dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e ha inserito una data del tour di “You Are My Thrill” all’Auditorium di Roma. Insieme a brani tratti da “Guilty Guilty Guilty”, il nuovo disco, il diciassettesimo per la precisione, il programma prevede una rielaborazione di classici della canzone d’autore francese , di jazz standard, di vecchi blues e di brani tradizionali di folk e di country music. Un progetto ambizioso quindi, reso ancor più inimitabile e quanto mai personale dagli arrangiamenti che Diamanda ha inteso dare a quei brani e dalla modulazione cavernosa e tuonante che è stata in grado di dare alla sua bellissima voce, dotata di una gamma a quattro ottave, che sorprende, sbalordisce e quindi spazza via le certezze degli spettatori meno preparati come una vera e proprio forza della natura. Ascoltiamo canzoni come “You Don’t Know What Love Is” di Chet Baker e “A Soul That’s Been Abused” di Hubert Sumlin in un’atmosfera buia e quanto mai tesa, con lei, Diamanda Galás, sola sul palco, tragica e imponente come mai, in compagnia del suo pianoforte. Ogni interpretazione ci avvicina al regno delle viscere, trascende la pura forma melodica e supera la struttura armonica del singolo brano. Canzoni come “O Death” di Ralph Stanley, “Long Black Veil” di Jojnny Cash, “Down So Low” di Tracy Nelson, “Autumn Leaves” e “Heaven Have Mercy”, due brani d’epoca resi celebri da Edith Piaf, sono come trasformate, quasi trasfigurate dalla “vena cava” di Diamanda che ha un modo di cantare che ricorda molto l’“amanes” della Grecia antica, l’arte del lamento, all’epoca riservata alle donne che cantavano i morti. E’ un canto tragico e amaro, che ogni volta la Galás rende moderno nel ricordare la fragilità e la precarietà della vita, un cantare che conserva però anche una nostalgica dolcezza per i bei tempi andati, e che si manifesta in modo quanto mai chiaro nell’esecuzione de “La Chanson Des Vieux Amants” di Jacques Brel, uno dei momenti più toccanti dell’intero concerto. Diamanda non è persona facile e accomodante, le poche volte che si esprime in italiano non lo fa in maniera elegante, tanto che quando evoca un “cazzo duro che ti incula a secco”, lascia un tantino sconvolti. Ma lei è fatta così, non ha paura delle parole, e neanche dei sentimenti, vuole essere estrema, andare fino in fondo, in tutte le cose. Come lei stessa ha dichiarato più volte, vuole “andare all’Inferno con la coscienza pulita”, senza farsi mancare niente. Ed ecco che arriva anche “You Are My Thrill”, un altro classico, reso celebre da Peggy Lee e da Chet Baker, in una interpretazione straziata e ossessionante. I toni alti, la modulazione grave e l’estensione ampia della voce, ci ricordano non poco quello che faceva Demetrio Stratos, prima con gli Area e poi da solo, nei primi anni Settanta. Su “Amours Perdues” di Juliette Greco e su “Padam Padam”, ancora di Edith Piaf, la Galás canta il dolore dell’amore romantico, si perde in un’elegia amara del desiderio, che non è solo sentimento, che non può essere solo platonico, ma è anche soddisfazione carnale. Chiamata di nuovo in sala da fragorosi applausi, Diamanda Galás si concede ancora un paio di volte, ci regala la sua energia, la sua forza drammatica, per poi dileguarsi nel buio, portandosi dietro tutta la sua sete di verità e bisogno d’amore. Da ricordare.
Articolo del
19/05/2008 -
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