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In occasione del concerto al Covo di Bologna, Extra Music Magazine scambia due parole con Luca G., chitarrista e voce dei Julie's Haircut.
Dai vostri live si sente che date molto più spazio all'improvvisazione rispetto ai brani su cd. Come si è sviluppata questa formula? E' un processo iniziato qualche anno fa con l'album After Dark, My Sweet. Quel lavoro è nato e poi si è sviluppato su improvvisazioni fatte durante le prove. Da quel momento ci siamo “staccati” dalla formula classica di canzone; quello che facevamo prevalentemente in precedenza. Siamo riusciti a dare libero sfogo al nostro suonare insieme, senza un'idea ben precisa. Così facendo però ci siamo accorti che alcune volte il risultato era già finito dopo lunghe jam session e non servivano ulteriori stravolgimenti.
Quindi, per esempio, partendo da un riff di chitarra “date vita” a quello che poi saranno i vostri brani. Più che da un giro di chitarra, direi da atmosfere che possiamo trovare al momento. La nostra fortuna è che, suonando da tanti anni insieme, all'interno del gruppo oramai c'è una certa empatia che fa si che le “misure” le si trovino ormai spontaneamente. Quando ci siamo resi conto di aver scritto molte canzoni nella maniera classica, e anche i nostri gusti ed ascolti musicali si erano spostati su cose più aperte e sperimentali, abbiamo deciso di ampliare questa componente, lasciandola liberare poco a poco. After Dark, My Sweet è un disco composto quasi completamente basandosi su questa nuova strada intrapresa ed il nuovo cd sarà una sintesi tra il nostro precedente lavoro ed un certo ritorno alla forma più classica: ci saranno molti più brani cantati per esempio e le atmosfere saranno più “compatte” e delineate.
Quindi il nuovo album sarà in qualche modo più personale, più intimo? E' ancora troppo presto per capirlo (ride). Anche se tutto è già completamente registrato, lo stiamo ultimando negli accorgimenti. Di solito produciamo sempre molto più materiale rispetto a quello che inseriamo in un album. Stiamo cercando di capire quali saranno i pezzi che andranno a comporre questo nuovo puzzle.
Si dice sempre che il pubblico all'estero, soprattutto nelle piccole scene musicali, sia sempre più interessato ed aperto alle novità, soprattutto se arrivano da altri paesi. Come siete stati accolti nelle vostre date europee? La piccola tournèe del 2007 che ha toccato il festival di Eurosonic in Olanda e poi il Belgio, è stata un'ottima esperienza. Ci siamo divertiti tantissimo e siamo riusciti inaspettatamente a coinvolgere molto pubblico.
Hai qualche critica da fare alla scena underground musicale italiana? Non faccio critiche, ma vedo che da qualche anno a questa parte in Italia c'è una stanchezza generalizzata che coinvolge la gente non solo musicalmente. Questa apatia va dalla politica allo stesso rapporto tra persone. Certo, se poi pensiamo all'affluenza ai concerti “minori”, ogni serata è diversa. Per esempio, per la nostra esibizione di Roma, di qualche sera fa, non abbiamo riscosso un gran numero d'ingressi, ma la gente, anche se poca, era molto partecipe e compiaciuta.
Dal vostro esordio a metà anni '90 ad oggi com'è cambiato il panorama musicale italiano? Quando abbiamo iniziato eravamo pochi gruppi a fare musica “alternativa”; andavano molto di più band rock italiane, esempio Marlene Kunz, Afterhours oppure più commerciali, come Ligabue o Vasco Rossi. La musica indipendente o di matrice anglo-sassone, non veniva molto contemplata al contrario di oggi, che sono nate diverse piccole realtà e situazioni per dare spazio a diversi generi e attitudini musicali.
Forse questa matrice, come la definisci tu, è più esportabile all'estero? Sinceramente non lo so, ma non è detto. Se prendiamo Paolo Conte è fortissimo all'estero anche se suona jazz cantato in italiano, non è per niente commerciale. Più che altro è la qualità che è esportabile. Nel senso che, se una cosa fatta è veramente bene, può funzionare ovunque.
Avreste qualche consiglio per i nuovi musicisti che cercano di trovare una loro strada in questa folta boscaglia che è la discografia musicale? I giovani musicisti di oggi sono di gran lunga molto più preparati di quanto eravamo noi alla nostra epoca. Hanno molte più risorse anche per la promozione, vedi internet su tutti. Quando abbiamo iniziato noi, le e-mail non esistevano neanche (ride). Il problema più grande è che devono far fronte alla grande offerta di band che c'è ora. In sostanza non ci sono consigli veri da dare, ma fare musica convincente e divertirsi; il resto verrà da sé.
Articolo del
05/06/2008 -
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