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Sono stato al concerto gratuito di Paul McCartney a Roma e ho visto - e sentito - cose che voi umani non romani non potete neanche lontanamente immaginare. Ho visto migliaia - che dico: centinaia di migliaia - di giovani, vecchi e bambini disperati perchè gli organizzatori del concerto avevano sbarrato qualsiasi accesso che desse dalle parti del palco e gli unici spiragli da cui si poteva passare erano quelli che portavano a qualche dannato, freddissimo maxischermo. E allora era meglio aspettare il DVD e guardarsi lo spettacolo in televisione. Ho visto qualche centinaio di "fortunati" con aderenze particolari o qualche parente alle dipendenze degli sponsor entrare tranquillamente in un'area VIP riservata da dove si riusciva a vedere degnamente il palco, mentre la massa informe e abbrutita veniva costretta a vagare senza posa alla ricerca di una postazione decente - che alla fine era nei fatti inesistente. Ho ascoltato l'unico Beatle vivente (a parte Ringo), dopo un inizio incerto fatto di "Jet" e pezzi dell'ultimo scialbo CD "Driving Rain" eseguire versioni da pelle d'oca di "Back In the USSR", "Can't Buy Me Love" e "Saw Her Standing There" – arrivando alla conclusione che "Back In The USSR", esaltante già all’epoca dei concerti italiani di Paul dell'89, è di tutti i pur leggendari brani dei Beatles quello che a distanza di tempo regge di più, quantomeno tra quelli composti da Sir McCartney (pur mancando la controprova Lennon). Nel frattempo ho visto una vecchina di 90 anni pressata in mezzo alla folla e ai limiti dell'infarto cardiaco. Ho visto una ragazza sui vent'anni pallida come un cadavere accasciarsi al suolo per mancanza d'ossigeno, poi con grave ritardo prelevata da un'ambulanza. Ho visto un energumeno del servizio d'ordine picchiare un poveraccio solo perchè cercava di scavalcare le transenne nel tentativo non dico di vedere Paul sul palco, ma la sua immagine trasmessa da un megaschermo. Ho ascoltato McCartney & Band prodigarsi, solo per Roma ed esclusivamente per Roma, in una versione swing di "Volare", che francamente, data la riuscita, si potevano anche risparmiare. E ho visto, finalmente, per venti secondi, un frammento di testa di Paul Mcartney come trasmessa da un megaschermo durante l'esecuzione della finale "Sgt. Pepper's", non prima di aver dato uno spintone ad un povero cristo che ostruiva il mio passaggio, essermi arrampicato su una cassetta della frutta ed essermi aggrappato con le unghie ad un ballatoio. Dopodichè, a fine concerto, ho urlato i più volgari insulti che conosco nei confronti di quei minus habens che hanno reso possibile una troiata di questo calibro, ovvero: far suonare uno come Paul McCartney (che, come era facile intuire, se suona gratis richiama circa mezzo milione di persone) in uno spazio angusto e a rischio architettonico come quello del Colosseo, mentre a Roma esiste il Circo Massimo che è l'ideale per questo tipo di eventi. E per finire: "Eleanor Rigby", "Let It Be", "Hey Jude" e "Yesterday" sono state perfette. Come sul disco.
Articolo del
12/05/2003 -
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