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Prologo. Interno romano, febbraio 2000. Sono appena entrato in casa di amici per un visita come tante, in un giorno come tanti, ignaro del viaggio che sto per intraprendere.Di norma, non appena varcata la soglia di un qualunque appartamento (a costo di esserne buttato fuori), il musicofilo che si rispetti dovrebbe andare diritto a spulciare la colonnina dei cd, che è sempre posizionata nei salotti o nelle camere pensate per il relax: detto, fatto… Mi salta agli occhi Voodoo, creatura al mio orecchio ancora sconosciuta. L’autore: un certo D’Angelo...non so nemmeno chi sia... Chiedo alla mia amica la ragione di questo suo acquisto: mi risponde che era stato un fatto del tutto casuale, come molti accadimenti nella vita. Le chiedo se posso metterlo nel lettore e lei mi accontenta (cosciente di una mia facile irritabilità ad una sua risposta negativa). Spingo play e mi accingo distrattamente alla “lettura”…Voodoo. Capitolo (leggi “traccia”) 1° Atmosfera sulfurea: schiocchi di dita, voci in “trance” quasi fuori campo, chitarra col “wha wha”, ritmica sensuale ed energica. Poi entra la voce, o meglio, le voci sovraincise di D’Angelo. Si apre un varco nella mia memoria (Prince, Sly & Family Stone, Soul alla Motown …cos’altro?). Poi penso: questo ragazzo, oltre “farsi” negli anni tutte le ragazze del suo quartiere (perché bello lo è, senza ombra di dubbio), deve aver studiato, rielaborato, attinto ai grandi della musica nera…Ma non fermiamoci alle apparenze, sono abituato agli album “contenitori” di una sola canzone degna di essere chiamata tale...andiamo avanti. Capitolo 3°- Dopo la traccia n°2 che si intitola Devil’s Pie (giusto per non smentire il tema dell’album), mi fermo sulla numero 3, Left And Right, un bell’ Hip Hop con stacchi quasi jazzistici, dove sento anche la voce di Method man che accompagna degnamente il “fratello” D’Angelo: inizio a prenderci gusto…Capitolo 5°- E’ la volta di Send It On (c’è un pizzico di Prince, “depurato” dai suoi sintetizzatori), con un falsetto alla Curtis Mayfield che non guasta e Roy Hargrove(chi lo avrebbe mai detto!…)alla tromba: una delle perle dell’album.… Capitolo 7° - Continuo la mia “lettura”, rapito dalla essenzialità dei suoni e dalle atmosfere erotico-sensuali dei testi,e scopro che “One Mo’ Gin”, una ballata Soul magistralmente narrata dall’eroe del nostro “romanzo”, farebbe gola a molti esponenti del Nu Soul e dell’R&B odierno, e che c’è inoltre un lavoro puntuale di Pino Palladino al basso(una goccia “bianca”e per di più italiana in mezzo ad un “nero” mare). Capitolo 8° - The Root (in italiano “la radice”), la storia di un uomo avvelenato per amore da una donna con una radice malefica: se questo non è il testo di un blues arcaico e luciferino, ditemi voi cos’è…Capitolo 9° - Spanish Joint: parole, musica e arrangiamenti di D’Angelo, Roy Hargrove che gioca con la tromba sui controcanti, Charlie Hunter preciso e fantasioso alla chitarra e al basso, e Ahmir Thompson alla batteria è un vero e proprio treno. Un bel “groove”, non si dimentica facilmente. Capitolo 12° - Dopo due capitoli di transizione (“Feel Like Makin’ Love” e “Greatdayndamornin’/Booty”) si arriva alla sofferta “How Does It Feel”,la migliore performance di D’Angelo in tutto l’album, nella quale il cantante afroamericano sfodera tutto il suo “soul feeling”, avvicinandosi nelle atmosfere alle ballads più sognanti di Prince. Capitolo 13° - “Africa is my descent \And here I am far from home”(“L’africa è la mia origine \ e qui io sono lontano da casa”): così recita il testo dell’ultima traccia, in cui viene fuori un po’ di orgoglio razziale, oggi riesumato(o almeno così sembra) dagli artisti di colore, dopo un lungo periodo di disinteresse e di oblio. -------Epilogo.La stanza da cui è partita la “lettura” di quest’album è ancora piena di suoni, quando mi salta in mente una considerazione: D’Angelo è sicuramente un artista promettente,se pensate che questo appena descritto è soltanto il secondo episodio di una carriera ancora troppo breve per essere ben delineata (il primo era l’esordio,”Brown Sugar”). Una maggiore spregiudicatezza nei suoni e un più profondo impegno nei testi avrebbero fatto di Voodoo uno dei migliori album di Soul di questi ultimi dieci anni. Aspetterò con impazienza il prossimo episodio, sperando che un’altra stanza (e altre milioni in tutto il mondo) si riempiano di pagine (e note) ancor più fascinose. Buona lettura. Fine.
Articolo del
14/05/2003 -
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